Elenco eccipienti vietati per allergia al nickel

La lista degli eccipienti vietati per l’allergia al nichel è un vademecum per noi allergici.

E ‘utile per imparare a riconoscere il nickel nei prodotti confezionati e nei farmaci e ci salva da possibili reazioni allergiche.

Non tutti danno la giusta importanza a ciò che contengono i cibi confezionati oi farmaci e pur seguendo la dieta continuano ad avere allergie reazioni.

L’elenco degli eccipienti vietati per l’allergia al nichel può aiutarci a stare bene e assumere con serenità farmaci o cibi idonei.

Ovviamente piccole quantità occasionali possono essere tollerate dal corpo, il problema è la ripetibilità.

Se è necessario tuttavia assumere un farmaco, meglio seguire le indicazioni mediche o cercare insieme a chi vi segue un prodotto adatto.

Fate tesoro dell’elenco degli eccipienti vietati per l’allergia al nichel!

  1. addensanti
  2. alghe varie
  3. amido di mais
  4. aromi artificiali
  5. burro di cacao
  6. carragenina
  7. coloranti
  8. conservanti
  9. destrosio
  10.  difosfati
  11.  difosfato sodico
  12.  dolcificanti industriali
  13.  echinacea
  14.  eucalipto
  15.  farina di carrube
  16.  farine di cereali non concessi
  17.  farina di guar
  18.  farine di legumi
  19.  farina di lupini
  20.  gelatina alimentare (grande quantità)
  21.  grassi idrogenati
  22.  grassi vegetali
  23.  karkadè
  24.  kokkoh
  25.  lecitina di girasole
  26.  lecitina di soia
  27.  lievito chimico
  28.  mais
  29.  maizena
  30.  maltitolo
  31.  malto
  32.  maltodestrine
  33.  malto d’orzo
  34.  menta
  35.  miso
  36.  mono e digliceridi degli acidi grassi
  37.  olio di anacardi
  38.  olio di arachidi
  39.  olio di avocado
  40.  olio di colza
  41.  olio di cocco
  42.  olio di girasole
  43.  oli idrogenati
  44.  olio di macadamia
  45.  olio di mais
  46.  olio di mandorle
  47.  olio di noce
  48.  olio di palma
  49.  olio di soia
  50.  olio di semi di canapa
  51.  olio di semi di girasole
  52.  olio di semi di lino
  53.  olio di semi d’uva
  54.  olio di semi di sesamo
  55.  olio di vinaccioli
  56.  pappa reale
  57.  pectina artificiale
  58.  pirostati
  59.  proteine ​​vegetali
  60.  rosa canina
  61.  sciroppo di destrosio
  62.  sciroppo di fruttosio
  63.  sciroppo di glucosio
  64.  sciroppo di maltosio
  65.  semi 
  66.  semi di guar
  67.  semi di tara
  68.  soia
  69.  tamari
  70.  tempeh
  71. vanillina
  72.  zucchero d’uva
  73.  E407 (carragenina)
  74.  E410 (farina di semi di carrube)
  75.  E411 (farina di semi di avena)
  76.  E412 (farina di semi di guar)
  77.  E417 (gomma di tara)
  78.  E426 (emicellulosa di soia)
  79.  E440 (pectina amidata)
  80.  E441 (gelatina)
  81.  E450 (difosfati e pirostati)
  82.  E471 (mono e digliceridi degli acidi grassi)
  83.  E479b (olio di soia ossidato)

Lieviti e malattie autoimmuni

 

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1. Lieviti e malattie autoimmuni

Non tutti sanno che esiste una relazione tra  lieviti e malattie autoimmuni.

Il sistema immunitario è un meccanismo di difesa del corpo dagli agenti esterni. Esso ci aiuta a combattere gli attacchi di virus, batteri e sostanze nocive.

La sua salute dipende essenzialmente dallo stile di vita e dall’alimentazione. Una dieta corretta aiuta il buon funzionamento dell’organismo.

Per chi soffre di allergia al nickel, riequilibrare l’intestino è possibile a partire da una dieta a basso contenuto di nickel e rafforzando il sistema immunitario.

Il sito www.reumatoide.it  riferisce come la reazione infiammatoria provocata dal cibo, in particolare dai lieviti, favorisca la comparsa di malattie autoimmuni.

A livello europeo si sta verificando un cospicuo aumento dei casi di reazione nei confronti dei lieviti e delle sostanze fermentate, a causa delle nuove abitudini alimentari e modalità produttive di alimenti.

In passato l’alimentazione si basava essenzialmente sulla frutta. Era difficile trovare alimenti ad alto contenuto di glucosio, poiché anche i cereali erano costituiti soprattutto da fibre.

Col passare del tempo però la nostra alimentazione è cambiata e hanno fatto il loro ingresso cibi raffinati, lavorati, fermentati e lievitati.

Questi sono responsabili di reazioni infiammatorie costanti, che indeboliscono l’organismo, rendendolo soggetto a numerose patologie.

Tra le tante si evidenziano le malattie autoimmuni.

 

2. Perché i lieviti causano le malattie autoimmuni?

L’azione patologica è provocata dalle citochine infiammatorie, stimolate dall’assunzione di alcuni alimenti.

Le citochine mediano la risposta naturale o aspecifica del sistema immunitario.

Il sito www.humanitas.it spiega che:

Le citochine sono proteine che si legano a specifici recettori e comunicano alla cellula delle istruzioni. Vengono prodotte da diversi tipi di cellule e, una volta liberate nell’organismo, inducono particolari reazioni nelle cellule adiacenti (effetto paracrino), lontane (effetto endocrino) o in quelle che le hanno create (effetto autocrino).

Nell’ottobre 2013 un gruppo di ricercatori italiani ha pubblicato su Clinical Reviews in Allergy and Immunology l’articolo “Dalla cottura del pane all’autoimmunità”.

Il fulcro della trattazione è il rapporto tra il lievito di birra e le malattie autoimmuni.

Il gruppo di ricerca ha analizzato i dati del National Center for Biotechnology Information (NCBI) .

Lo scopo era quello di cercare similitudini tra gli autoantigeni e altre sostanze biologiche. Si è rilevata una somiglianza dell’83% tra il lievito di birra e i più comuni autoantigeni.

I ricercatori hanno concluso quindi che l’organismo produce naturalmente anticorpi contro i lieviti. Essi agiscono inducendo, favorendo e forse causando diverse malattie autoimmuni.

Inoltre si è messo in luce come il corpo produca anticorpi contro i lieviti già anni prima dalla comparsa delle malattie autoimmuni.

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3. Studi sulla relazione tra disbiosi e lieviti

Adriano Panzironi, autore del libro “Vivere 120 anni”, è un altro sostenitore della tesi secondo cui la disbiosi intestinale sia causa delle malattie autoimmuni.

La maggior parte dei batteri contenuti nel corpo risiedono nell’intestino.

Quando la flora batterica e gli enzimi presenti nell’intestino subiscono un’alterazione, si parla di disbiosi.

L’intestino è costituito da giunzioni cellulari, che formano una barriera naturale. Essa impedisce alle particelle non ancora scomposte di immettersi nel sangue. Nel caso in cui troppi batteri infiammino l’organismo, questi giunti si allargano, perdendo di efficacia nel filtrare le sostanze. Questo causa malattie autoimmuni, allergie e parecchie altre patologie.

Il Dottor Andrea Deledda, biologo nutrizionista, fornisce interessanti dati sulla correlazione tra lieviti e malattie autoimmuni, in un articolo riportato dal sito www.nutrizione996.blogspot.it afferma che:

Il microbiota è spesso alterato in soggetti con malattie autoimmuni.
Esso rilascia molecole coinvolte nella neurodegenerazione, che arrivano al cervello dall’intestino.
I cibi lievitati da quali siamo sommersi modificano l’equilibrio dell’intestino, rendendolo permeabile.

Gli studi scientifici sottolineano come vi sia una fondamentale correlazione tra dieta, inquinamento e malattie autoimmuni.

I sintomi delle malattie autoimmuni sono legati alla anomala aggregazione di anticorpi, autoanticorpi e proteine alimentari simili che diventano stimolanti dei processi infiammatori cronici.

Gli stimoli infiammatori che possono derivare da una alimentazione con eccesso di lieviti stanno diventando i più importanti.

 

4. Intervista alla naturopata Alice Foti: alcalinizzare il corpo ci difende dai lieviti cattivi

 

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Alice Foti, naturopata e consulente nutrizionale CNM, esperta in educazione alimentare e intolleranze. Esperta in integrazione nutraceutica e floriterapia mi ha gentilmente concesso un’intervista per spiegare meglio l’azione dei lieviti e come possiamo difenderci da essi.

 

  1. Dottoressa, ci può spiegare l’azione dei lieviti nell’organismo?

 

 

I lieviti fanno parte del nostro microbiota (flora batterica). Il più conosciuto è la candida, le cui specie finora studiate sono più di 70. Esso produce 80 tipi differenti di tossine.
La Candida alberga normalmente stomaco, pelle, cavo orale e vaginale. A dosaggi normali è innocua, anzi serve a cibarsi di metalli pesanti per evitare accumuli.
Diversi però sono i fattori che possono mutare lo stato del lievito in “patologico” : stress psico fisico, antibiotici e pillola anticoncezionale, alimentazione scorretta e presenza di metalli nel corpo. Tutti questi fattori stimolano la produzione di ife, ovvero filamenti che penetrano negli strati più profondi delle mucose, diffondendone le tossine. Ecco come i lieviti diventano un problema per la salute, non contando che hanno la capacità di riprodursi assai velocemente.  

 

      2. Esiste a suo parere una correlazione tra lieviti e malattie autoimmuni?

 
La causa primaria delle malattie autoimmuni è la leaky gut syndrome, sindrome dell’intestino permeabile o gocciolante.
La barriera intestinale in un soggetto sano dovrebbe essere impermeabile e selettiva; cioè far passare ciò che serve e bloccare le macromolecole che -se non correttamente metabolizzate- possono sovra-stimolare il sistema immunitario. Le diverse tossine che i lieviti in fase patologica possono liberare e produrre, nell’intestino di un soggetto affetto da disbiosi e permeabilità intestinale, possono essere riversate nel torrente circolatorio e scatenare un attacco immunitario abnorme. Le patologie autoimmuni non sono altro che manifestazioni esagerate di un sistema immunitario iperreattivo, continuamente stimolato da frammenti proteici o tossine non riconosciuti dal sistema stesso. Per fare un esempio la candida (albicans) può liberare 3 tossine in grado di bypassare la barriera ematoencefalica, raggiungendo il cervello e creando vari danni, tra cui l’autismo. Difatti molto sovente gli autistici rispondono a trattamenti con antimicotici.

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     3. Qual è la differenza tra lievitati e fermentati? 

I lievitati sono cibi o sostanze che contengono lievito (di birra o naturale ) come pane, pizza, brioches. I funghi stessi fanno parte della famiglia dei lieviti. Sono “cugini”. Simili ai lievitati sono i “fermentati”, sostanze che hanno subìto un processo di fermentazione, come vino, alcolici, aceti, tè nero, maionese, salse macrobiotiche (miso, salsa di soia, umeboshi), yogurt (anche vegetali).
Sono infatti sostanze che producono fermenti ovvero batteri. Se le verdure fermentate, dette “insalatini”, come i crauti, in generale sono utili per ripristinare e popolare il microbiota, in un soggetto con forte intolleranza ai lieviti sconsiglio personalmente l’utilizzo di tali alimenti.

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Immagine dal sito www.medicina360.com

 

4. Che effetti hanno sul corpo?

Il lievito si nutre dei suoi simili, vive di zuccheri latticini e lieviti. Pertanto in un soggetto predisposto o che ha continue recidive di cistiti, gonfiore gastro-addominale, problemi di emicrania o cutanei, alitosi, problemi epatici, sarebbe buona norma effettuare un esame per la ricerca di candidosi o lieviti (penicillum, mucor racemosus, ecc…). Facilissimo riscontrarla in coloro che fanno uso di antibiotici o di pillola anticoncezionale. Gli antibiotici uccidono i batteri buoni e cattivi senza distinzione, ma i lieviti non sono batteri e non solo sopravvivono, ma trovano terreno libero per avanzare. Siccome nell’intestino non esiste il concetto di “vuoto “, quando ciò accade, i lieviti lo colonizzano facilmente. In questo caso è utilissimo impiegare bifidobatteri o saccaromyces boulardii, gli unici antagonisti della candida e dei lieviti.

 

5. Quali sono i sintomi che accusa chi è intollerante ai lieviti?

Sintomi da intolleranza ai lieviti possono esser mal di testa ricorrenti, cistiti recidivanti, gastrite e poroso gastrica, colite mughetto orale, alitosi sapore metallico in bocca, problemi epatici e cutanei così come depressione sbalzi umorali e craving (desiderio compulsivo da dipendenza di zuccheri dolci e alimenti lievitati).

 

6. Che precauzioni possiamo adottare per evitare intolleranza da lieviti e patologie correlate?

Personalmente nelle mie consulenze naturopatiche consiglio di astenersi quando siamo di fronte a un intolleranza ai lieviti per paio di mesi a tutto ciò che è fermentato e lievitato. Significa sostituire per esempio pane o brioches con gallette o fiocchi integrali, eliminare latte e derivati, che contribuisce a incrementare -così come il glutine -la permeabilità intestinale. Quest’ultima, lo sottolineo, è la prima causa dell’insorgenza di malattie autoimmuni, allergie e intolleranze. Meglio preferire i legumi passati e il pesce al posto della carne. Il pesce ha proteine più facilmente digeribili e omega3, che sono potentissimi antinfiammatori e immunomodulanti.  La carne, i lattoderivati e gli zuccheri semplici sono cibi fortemente “acidificanti”. Se i lieviti prosperano in un terreno acido, bisogna alcalinizzare il più possibile il corpo. Ricordo che i cibi maggiormente alcalinizzanti sono: frutta, verdure, alghe, rapa rossa, ortiche (clorella, spirulina, ecc…)  e integratori basificanti, come magnesio e potassio.

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      7. Ci dà qualche suggerimento sulla dieta giusta da adottare per prevenire         problemi con lieviti e possibili accumuli?

Per prevenire bisogna puntare su cereali in chicco integrali, soprattutto senza glutine (riso integrale è portentoso), pesce, legumi passati, verdure a foglia verde, mandorle, semi di zucca e olio di lino. Evitare zuccheri semplici: farina 00, dolci, sostanze fermentate come tè nero, aceto e sottaceti, salse macrobiotiche,  miso, latticini, funghi, lievito di birra. Il lievito può essere sostituito con cremor tartaro o bicarbonato di sodio (molto alcalinizzante), al posto dello zucchero si possono usare Stevia o sciroppo d’acero. Puntare su verdure, pesce, legumi e frutta a basso Ig  (avocado, frutti di bosco, mele, limoni, pompelmo, cocco).
Dal cocco si estrae l’acido caprilico, uno dei più potenti antimicotici naturali conosciuti. I semi di pompelmo vantano, così come l’aglio, azioni antifungine. In associazione usare probiotici come i bifidobatteri  e il saccaromyces boulardii.

 

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Quindi la disbiosi, cioè l’alterazione del normale equilibrio della flora intestinale con conseguente danneggiamento dei legami cellulari della mucosa intestinale, porta ad un indebolimento delle naturali difese del corpo.

I lieviti sono alcune delle cause principali della permeabilità intestinale e della disbiosi. Essi hanno effetti estremamente negativi sull’organismo, se se ne abusa e si rivelano essere una concausa delle malattie autoimmuni.

E’ possibile prevenire tali patologie, attraverso una dieta sana, povera di grassi cattivi, latticini, lievitati, fermentati e zuccheri semplici.

 

 

Allergia al nickel e abiti

1. Indumenti e allergia al nickel

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Allergia al nickel e abiti è un tema non sempre preso in considerazione da chi è allergico.

Spesso si sottovaluta l’importanza rivestita dagli indumenti e dai prodotti che si utilizzano per trattarli.

Prurito, bolle, eczemi e arrossamenti sono alcuni dei sintomi possibili.

Essi si manifestano in particolare su: ascelle, inguine, solco intermammario, superficie interna delle cosce. Sono più frequenti in estate e nelle persone in sovrappeso, perché frizione e sudorazione causano la fuoriuscita da un tessuto delle sostanze allergizzanti.

Ecco quindi alcuni semplici consigli per proteggersi da questo metallo e vivere serenamente.

Essenzialmente bisogna fare attenzione a tre elementi:

  • le fibre con cui sono fatti i vestiti;
  • i colori;
  • gli accessori metallici.

1. 2  Le fibre

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Le fibre ideali da usare per l’allergia al nickel, sono quelle naturali, perchè hanno un minor quantitativo di nickel e sono meno lavorate.

La lista completa, come riporta wikipedia, è la seguente:

Tipi di fibre tessili naturali di origine vegetale:

Tipi di fibre tessili naturali di origine animale:

Le fibre naturali hanno tanti vantaggi.

Sono ecocompatibili, biodegradabili, traspiranti, resistenti e non danneggiano la pelle, che si sia allergici oppure no.

I tessuti in fibre naturali garantiscono alla pelle una corretta traspirazione. Essa permette all’organismo di regolare la propria temperatura interna. 

Vestire con abiti che hanno una buona traspirabilità, permette di ridurre al minimo la condensazione del sudore e quindi anche il senso di disagio dovuto all’ afa o all’ umidità. 

La scelta migliore in fatto di allergia al nickel e abiti è acquistare indumenti e biancheria in fibre naturali.

Come puntualizza il sito www.riverflash.it, le loro proprietà sono da attribuire alla loro composizione. Si tratta soprattutto di sottili fibre microscopiche, che formano un finissimo reticolo, all’interno del quale sono racchiusi sottili strati d’aria con funzione isolante.

Il sito www.artimondo.it riporta una breve e interessante descrizione e distinzione tra fibre naturali e sintetiche.

I materiali vengono classificati in:

  • fibre tessili vegetali, cioè quelle che si ricavano dalle piante;
  • fibre tessili animali, prodotte principalmente da peli di animali;
  • fibre tessili artificiali, dalla lavorazione della cellulosa del legno;
  • fibre tessili sintetici, create industrialmente.

 

1. 3 I colori

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I colori adatti per l’allergia al nickel e gli abiti secondo Riccarda Serri, presidente di Skineco, Associazione internazionale di ecodermatologia, sono quelli chiari o colorati.

«Niente jeans blu scuri, ma solo quelli vecchi e sbiaditi, evitare abiti di colore blu, oltre a fare sempre il doppio risciacquo e optare per abiti in fibre naturali. Sono convinta che l’aumento delle allergie da contatto, anche nei bambini, sia causato in parte dall’esposizione così massiccia alle sostanza irritanti.»

Il sito www.gqitalia.it spiega che:

I capi colorati, soprattutto neri, blu e in parte anche rossi, sono senz’altro quelli più pericolosi perché potrebbero nascondere tracce di nickel. Responsabili di allergie, infatti, in genere sono i coloranti cosiddetti dispersi, usati per la tintura di fibre sintetiche o miste.

Il nickel è infatti usato come mordente nei processi di tintura e stampa di tessuti: serve a rendere i colori brillanti.

All’interno dei tessuti, le sostanze che danno più problemi sono i coloranti e le sostanze di fissaggio (ovvero i prodotti antipiega, i detergenti, gli ammorbidenti), che vengono aggiunti nelle fasi di produzione.

www.myskin.it specifica che esistono alcuni marchi che usano specifiche certificazioni come Oeko-tex, Ecolabel, VIS (vestire in salute). Essi garantiscono l’assenza dei coloranti dispersi e di residui di metalli pesanti o di sostanze cancerogene.

Un interessante trattato sulla tossicità dei metalli pesanti utilizzati nell’industria tessile, chiamato “SOSTANZE CHIMICHE NEI MATERIALI TESSILI : VERIFICA E STANDARDIZZAZIONE DEI METODI ANALITICI”, firmato da Riccardo Innocenti – CNR/ ISMAC sez. di Biella, rappresenta una fonte fondamentale di informazioni per noi allergici.

Nello studio si sottolinea come oggi i metalli pesanti nei prodotti tessili e nei cicli produttivi vengono presi in considerazione con sempre maggiore attenzione da legislazioni e dei marchi volontari.

Ciò accade per la loro tossicità, a prescindere dall’allergia al nickel, e per il notevole impatto ambientale.

Esiste un elenco di coloranti cancerogeni, mutageni o tossici per la riproduzione stilato dall’ EINECS (European Inventory of Existing Chemical Substances).

Di questo elenco fanno parte le materie coloranti a rischio di cancro, mutazione genetica o alterazione biologica.

Esso è adottato dai marchi volontari Ecolabel e OekoTex (ecc…).

Il nichel è presente in coloranti e pigmenti, ma soprattutto è impiegato nelle leghe metalliche usate per bottoni, cerniere.

Il trattato afferma che:

La normativa UE e alcune normative nazionali prevedono restrizioni per l’impiego di cadmio e nichel. Alcuni marchi volontari ( Ecolabel, Oeko-Tex) e l’ETAD regolamentano l’impiego di una serie di metalli (Sb,As,Pb,Cr,Cu,Ni,Hg), per i quali vengono fornite quantità limite nell’estratto da sudore acido (Oeko-Tex) o quantità limite come impurezze nei coloranti (Ecolabel, ETAD).

Nel caso del nichel si valuta la biodisponibilità mediante una complessa prova di cessione da una superficie nota (EN 1811), il cui risultato viene espresso come microgrammi di nichel per cm 2 di superficie per settimana di contatto e viene applicata a prodotti destinati ad entrare in contatto con l’epidermide (bottoni, rivetti, cerniere, marchi metallici, ecc.). Tali prodotti non possono essere utilizzati se la cessione è superiore a 0.5 μ g/cm 2/settimana.

2. Gli accessori metallici

Non sono da trascurare nemmeno gli accessori metallici che fanno parte dei vestiti.

Il tema allergia al nickel e abiti infatti comprende anche cerniere, fibbie, borchie, bottoni e così via, che possono trovarsi a contatto diretto con la pelle.

  1. LA BIANCHERIA INTIMA: I reggiseni con i ferretti costituiscono un vero dilemma per le donne allergiche al nickel. La Triumph ha pensato di inventare dei reggiseni senza nickel per facilitarci la vita.
  2. VESTITI: Consiglio di leggere sempre le etichette per verificare i materiali con i quali gli indumenti sono stati creati e di non affidarsi a negozi con merce a bassissimo prezzo. Se riuscite a trovare la certificazione, ancora meglio. Altrimenti bisogna prediligere colori vivaci o chiari e di buona qualità. Qui il link dei paramentri usati dalle marche testate.
  3. SCARPE: Esistono alcune marche che producono calzature nickel free.Ecco alcuni esempi:

4. ACCESSORI: vi rimando qui ad un articolo interamente dedicato agli accessori nickel free. Basta cliccare a questo link.

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Bisogna stare attenti anche a ciò che indossiamo tutti i giorni per stare bene.

Magari non ce ne accorgiamo, ma gli abiti e la biancheria intima sono fonti di nickel ad alto assorbimento, perchè a diretto contatto con la pelle.

E’ fondamentale non solo seguire questi consigli, ma far attenzione anche ai prodotti con i quali trattiamo i nostri indumenti. Detersivi e detergenti testati per lavare gli abiti sono molto importanti (qui il link delle marche che producono nickel tested ).

Piccolo suggerimento: evitare di utilizzare l’aceto o la candeggina per sbiancare gli indumenti in lavatrice, perchè fissano il nickel nelle fibre.

Questi accorgimenti sono in grado di migliorare la vita di chi è affetto da allergia al nickel radicalmente, quindi vanno seguiti il più possibile.

Salsa e pasta senza nichel? Ora esistono!

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Salsa e pasta senza nichel? Ora esistono!

Alzi la mano chi tra noi allergici al nickel non vorrebbe riassaporare un bel piatto di pasta al pomodoro!

Il pomodoro era il mio alimento preferito: lo cucinavo in tutti i modi possibili, ma la cosa che preferivo in assoluto era mangiare i pomodorini ciliegini al naturale.

Un grappolo intero alla volta. Sentivo i pomodori rossi e croccanti che appagavano le mie papille gustative col loro sapore dolce e aspro allo stesso tempo.

La pasta al pomodoro, la parmigiana di melanzane, la pasta al forno, il pollo alla diavola erano alcuni dei miei cavalli di battaglia prima di scoprire dell’allergia.

Ora sono ricordi.

Eppure ci sono nuove speranze per noi nichelini di gustare nuovamente queste fantastiche pietanze senza doversi preoccupare del nichel.

Anche perchè lo sappiamo: il segno distintivo della cucina italiana è notoriamente la pasta al sugo!

Verace, semplice e allo stesso tempo dal gusto inconfondibile.

Il merito di questa conquista tecnologica e culinaria è da attribuire al Dottor Minelli, allergologo e immunologo.

Il dottor Minelli è Professore Straordinario di Igiene generale e applicata – UniPegaso e Responsabile Sanitario Polismail, è una figura di spicco a livello nazionale ed internazionale per l’Immunologia e le patologie allergiche.

Egli ha avviato da anni ormai il progetto nickel friendly, di cui ho già pubblicato nel blog. Qui il link.

Si tratta di uno studio innovativo su come diminuire il quantitativo di nickel nei terreni e poter produrre alimenti nickel free sicuri.

Le prime sperimentazioni volontarie sono partite con esiti positivi.

Adesso si sta lavorando alla produzione su larga scala per poter rendere disponibili sul mercato tali prodotti.

In questo video un’intervista al Dottor Minelli, responsabile del progetto nickel friendly, portato avanti dall’Università di Bari Aldo Moro in collaborazione con il CIHEAM, Istituto agronomico mediterraneo di Bari, l’Istituto di scienze delle produzioni alimentari (ISPA)-CNR e l’Università del Salento.

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[youtube https://www.youtube.com/watch?v=qMGobq8TNTw&w=560&h=315]

 

Gli effetti collaterali dell'intossicazione da metalli pesanti -Il nickel

1. I metalli pesanti

Gli effetti collaterali dell’intossicazione da metalli pesanti sono molteplici e molto dannosi per la salute.

I metalli pesanti sono naturalmente presenti nell’ambiente. Li ritroviamo nella crosta terrestre, nell’aria e nell’acqua. Hanno la caratteristica di non essere biodegradabili, cioè resistono all’attività biologica e fotochimica e non vengono smaltiti. Questo spiega perchè possono restare nell’ambiente per centinaia di anni.

Ci sono alcuni fenomeni in natura e altri determinati dall’uomo che contribuiscono alla ciclizzazione dei metalli pesanti.

La ciclizzazione è un processo chimico che porta alla formazione di composti ciclici, ovvero caratterizzati dalla presenza di una o più catene di atomi chiuse ad anello.

Tra gli eventi naturali ci sono le eruzioni vulcaniche, l’azione delle maree, l’erosione di terre e rocce, le falde acquifere, gli incendi boschivi spontanei e la trasmissione tra madre e figlio (attraverso l’allattamento al seno).

L’uomo al contrario ha portato uno sconvolgimento delle regolari azioni di rilascio e trasporto di questi materiali, aumentando in modo considerevole le emissioni.

Intossicazione da metalli pesanti: le fonti antropiche

  • vernici ( piombo, mercurio, cadmio)
  • insetticidi, fungicidi ( metil-mercurio, arsenico, cadmio)
  • utensili da cucina (alluminio)
  • prodotti di protezione del legno (arsenico)
  • disinfettanti ( mercurio, argento)
  • vaccini ( metil-mercurio, alluminio)
  • amalgami dentali (mercurio)
  • impianti elettrici (mercurio, arsenico)
  • autoveicoli (palladio, rodio)
  • industrie metallurgiche-fonderie (piombo, arsenico, alluminio, cobalto)
  • agricoltura (rame, arsenico, alluminio)
  • sistemi di smaltimento-rifiuti-inceneritori (mercurio, cadmio, piombo, arsenico)

I metalli pesanti quindi possono entrare nel nostro corpo attraverso acqua, aria, cibo o assorbiti dalla pelle.

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Nelle giuste quantità sono utili per le regolari funzioni corporee, tanto è vero che in tracce alcuni di essi fanno comunemente parte di noi.

I metalli pesanti hanno numero atomico superiore a 55 (quello del ferro), sono caratterizzati da una densità molto elevata e causano inquinamento negli organismi biologici.

Secondo il sito www.sunhope.it , le proprietà chimiche dei metalli pesanti sono:

  • Densità superiore a 5 g/cm;
  • Nella formazione di Sali si comportano come cationi;
  • Tendenza a formare legami complessi;
  • Grande affinità per i solfuri;
  • Diversi stati di ossidazione a seconda del pH;
  • Si legano alle proteine del sangue, per poi distribuirsi nei diversi compartimenti
    a seconda delle loro proprietà.

Possiamo classificare questi elementi in:

  1. METALLI PESANTI:

alluminio, ferro, argento, bario, berillio, cadmio, cobalto, cromo, manganese, mercurio, molibdeno, nichel, piombo, rame, stagno, titanio, tallio, vanadio, zinco.

  1. METALLOIDI CON PROPRIETA’ SIMILI A QUELLE DEI METALLI PESANTI:

arsenico, bismuto e selenio.

2. Intossicazione da metalli pesanti

Un’intossicazione avviene quando il corpo accumula queste sostanze nei tessuti molli. In dosi eccessive creano problemi a minerali essenziali come zinco, rame, magnesio e calcio, ed interferiscono con la funzione degli organi di sistema.

L’avvelenamento può essere causato anche da un contatto prolungato e costante in caso di lavori industriali, produzione farmaceutica e agricoltura. Per i bambini giocando in terreni contaminati.

I sintomi di unintossicazione da metalli pesanti variano a seconda della natura e dalla quantità di metallo pesante ingerita. I pazienti possono lamentare:

A seconda del metallo, possono comparire delle linee blu-nero nei tessuti gengivali. Nei casi più gravi di intossicazione, i pazienti possono presentare compromissioni:

  • cognitive
  • motorie
  • linguistiche.

 

3. Trttamento e chelazione

Il trattamento per un’intossicazione di questo tipo è la terapia di chelazione. Essa prevede di assumere sostanze come il calcio disodio edetato, il dimercaprolo e la penicillamina per catturare ed espellere i metalli.

spezie-metalli

I metalli pesanti si legano con le strutture cellulari in cui si depositano, ostacolando lo svolgimento di determinate funzioni vitali. I gruppi sulfidrici (SH) , normalmente presenti negli enzimi che controllano la velocità delle reazioni metaboliche nel corpo umano, si legano facilmente ai metalli pesanti, il complesso metallo-zolfo risultante interessa tutto l’enzima che non può funzionare correttamente, perchè non riesce più a catalizzare le sostanze.

Senza un’adeguata terapia di chelazione, questi materiali sono esplusi dal corpo in piccolissime quantità tramite salivazione, traspirazione.

I residui si accumulano quando sono assimilati ed immagazzinati più velocemente di quanto non siano scomposti o espulsi.

I metalli si concentrano soprattutto nel cervello, nel fegato, nei reni e nelle ossa.

Spesso sono il fattore aggravante o determinante di malattie croniche. I bambini sono i soggetti più a rischio da esposizione degli agenti tossici, poichè mangiano, bevono e respirano tre-quattro volte di più degli adulti.

Tuttavia il confine tra carenza e esubero è molto sottile, quindi dovremmo prestare molta attenzione alla presenza dei metalli nella vita di tutti i giorni.

Di seguito si riportano le concentrazioni massime ammesse per i metalli pesanti nelle acqua naturali secondo l’EPA (agenzia per la protezione ambientale).

acqua potabile

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4. Danni all’organismo

Secondo uno studio dell’Università di Trento  i danni all’organismo sarebbero:

  • Allumino – Danni al sistema nervoso centrale, demenza, perdita di memoria
  • Antimonio – Danni cardiaci, diarrea, vomito, ulcera allo stomaco
  • Arsenico – Cancro linfatico, cancro al fegato, cancro della pelle
  • Bario – Aumento della pressione arteriosa, paralisi
  • Bismuto – Dermatite, stomatite ulcerosa, diarrea
  • Cadmio – Diarrea, dolori di stomaco, vomito, fratture ossee, danni immunitari, disordini psicologici
  • Cromo – Danni ai reni e al fegato, problemi respiratori, cancro polmonare, morte
  • Rame – Irritazioni al naso, bocca ed occhi, cirrosi epatica, danni al cervello e ai reni
  • Gallio – Irritazione alla gola, difficolta’ respiratorie, dolori alla cassa toracica
  • Afnio – Irritazione agli occhi, alla pelle e alle mucose
  • Indio – Danni al cuore, reni e fegato
  • Iridio – Irritazione agli occhi e al tratto digestivo
  • Lantanio – Cancro polmonare, danni al fegato. E’Äô presente nei televisori a colori
  • Piombo – Frutta, verdura, carni, cereali, vino, sigarette ne contengono. Causa danni al cervello, disfunzioni alla nascita, danni ai reni, difficolta’ di apprendimento, distruzione del sistema nervoso
  • Manganese – Coagulazione del sangue, intolleranza al glucosio, disordini allo scheletro
  • Mercurio – Distruzione del sistema nervoso, danni al cervello, danni al DNA
  • Nickel – Embolia polmonare, difficolta’ respiratorie, asma e bronchite cronica, reazione allergiche della pelle
  • Palladio – Altamente tossico e carcinogeno, irritante
  • Platino – Alterazioni del DNA, cancro, danni all’Äôintestino e reni
  • Rodio – Macchie alla pelle, potenzialmente tossico e cancerogeno
  • Rutenio – Altamente tossico e carcinogeno, danni alle ossa
  • Scandio – Embolia polmonare, minaccia il fegato quando accumulato nel corpo
  • Argento – Usato come colorante E174, emicrania, difficolta’ respiratorie, allergie della pelle, estremamente concentrato causa coma e morte
  • Stronzio – Cancro ai polmoni, nei bambini difficolta’ di sviluppo delle ossa
  • Tantalio – Irritazione agli occhi, e alla pelle, lesione del tratto respiratorio superiore
  • Tallio – Usato come veleno per topi, danni allo stomaco, al sistema nervoso, coma e morte, per chi sopravvive al Tallio rimangono danni al sistema nervoso e paralisi
  • Stagno – Irritazione agli occhi e alla pelle, emicrania, dolori di stomaco, difficolta’ ad urinare
  • Tungsteno – Danni alle mucose e alle membrane, irritazione agli occhi
  • Vanadio – Disturbi cardiaci e cardiovascolari, infiammazioni allo stomaco ed intestino
  • Ittrio – Altamente tossico, cancro ai polmoni, embolia polmonare, danni al fegato

4.1 Quanto è grave l’intossicazione da metalli pesanti?

L’OMS, organizzazione Mondiale della Sanità, afferma che:

  • il 25% delle malattie è secondario ad intossicazione da metalli tossici
  • con una mortalità del 24%

Questo significa che molte patologie potrebbero essere evitate monitorando la quantità di metalli pesanti nell’organismo, e molte patologie migliorate con una adeguata chelazione.

La chelazione naturale è sempre la miglior scelta. Per maggiori informazioni, cliccate qui.

Controversial EU Ruling On Vitamins Maybe Overturned

Tuttavia secondo lo studio “Tossicologia dei metalli pesanti” esisterebbero alcuni medicinali chelanti:

Dimercaprolo

  1. 2,3-Dimercaptopropanolo, BAL
    • 10 % in olio di arachidi
    – Intramuscolo
    – Eliminazione renale
    • dissociazione in urina tubulare
    • tossicità renale
    • Intossicazione da arsenico, mercurio, piombo
    • Effetti sfavorevoli
    – Dolore, nausea, ipertensione, trombocitopenia, disturbi
    della coagulazione
    – Ridistribuzione As e Hg al SNC
    Succimer
    • Acido dimercaptosuccinico, DMSA
    – Acido dimercaptopropansulfonico, DMPS
    • Analoghi del dimercaprolo
    – Migliore indice terapeutico
    • Assorbimento orale
    – Legame a cisteina
    • Disolfuro misto
    – Escrezione biliare e urinaria
    • Azione chelante per Pb, Hg, As
    • Effetti sfavorevoli
    – Disturbi GI, aumento transaminasi, neutropenia
    Penicillamina
    • D-Dimetilcisteina
    – Meno tossico di L-isomero
    –Chelanterame
    • morbo di Wilson
    • N-acetilpenicillamina
    – Intossicazione da mercurio ed altri metalli
    • Altri impieghi
    – Artrite reumatoide, cirrosi b
    iliare, sclerodermia, cistinuria
    • Biodisponibilità orale
    – Interferenza con cibi
    • Effetti sfavorevoli
    – Nefrotossicità
    – Pancitopenia
    – Ipersensibilità
    • Allergia crociata con penicillina
    Deferoxamina
    • Intossicazione da ferro
    – alta affinità per Fe in ferritina, emosiderina
    – bassa affinità per ferro in citocromi,
    emoglobina
    • Somministrazione parenterale
    – e.v. lenta, i.m.
    – deferiprone attivo per os
    • Escrezione urinaria
    • Effetti avversi
    – anafilassi
    – difficoltà respiratoria
    –neurotossicità
    EDTA
    Etilendiaminotetraacetato
    – sale sodico
    →ipocalcemia
    – sale disodico-calcico
    • intossicazione da piombo
    • chelante extracellulare
    – somministrazione
    parenterale
    • e.v. lenta, i.m
    • scarsamente assorbito
    per ossa
    – escrezione urinaria
    • Effetti sfavorevoli
    • nefrotossicità tubulare
competizione con ligandi endogeni
– donatori di elettroni
• Legame di coordinazione
– formazione di anelli eterociclici
• Più stabili dei ligandi endogeni
– maggiore affinità per il tossico
• Antidotismo
• Preservate strutture biologiche (enzimi, membrane)

– bassa affinità per i metalli essenziali

– distribuzione in compartimenti contenenti il
metallo
– allontanamento del complesso

5. Intossicazione da nickel

Per approfondire la questione “intossicazione da Nickel” ecco alcuni estratti.

Secondo il sito www.equipemedicinaestetica.it, l’azione tossica del nickel consiste nell’esaurimento del glutatione delle cellule e con il legame ai gruppi sulfidrili di proteine, ma possono anche  svolgere un’azione ossidante con formazione di perossido idrogeno.
I metalli inducono un danno diretto al DNA mediante i ROS, ma anche indirettamente.
Essi non permettono l’attivazione dei fattori di trascrizione del DNA, cioè non consentono al corpo di produrre proteine con funzioni specifiche. Il DNA danneggiato è riparato da meccanismi cellulari antiossidanti.
Il nichel si ossida solo se è legato a cisteina e istidina ed attacca le proteine che contengono questi amminoacidi.
iasonna_giulio
Il prof. Giulio Iasonna afferma che l’azione allergica del nickel è causata dal solfato di Ni, liposolubile ma idroinsolubile, che si forma da alcune leghe del metallo a contatto con la pelle.
Un’intossicazione da nickel può portare col tempo a contrarre il cancro per via di alcuni composti del Ni e i fumi e polveri di solfuro di Ni.
Infine si registra un’interferenza metabolica con il ferro per i soggetti allergici al nichel, con i sintomi digestivi da  intolleranza alimentare. Spesso vi è una persistente e recidivante anemia.

Come riporta il sito www.omeonet.it

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Il nickel è essenziale, perchè ha una funzione sul metabolismo degli ormoni, dei lipidi, della membrana e della integrità della membrana cellulare, attiva alcuni enzimi del fegato e partecipa al metabolismo del glucosio, si hanno quantità nel DNA e RNA, si trova nei carburanti, nel fumo di sigaretta, nei fertilizzanti, nei gas di scarico. I reni regolano la quantità di nichel, l’uso di utensili in acciaio inossidabile per cucinare, possono contenere nichel e passare al cibo più acido.
TOSSICITA’
A dosi elevate è tossico, perchè può causare infarto del miocardio, ictus, cancro all’utero, ustioni, tossiemia gravidica, attenzione agli orecchini che possono contenere nichel, o a ferri dei dentisti, attenzione al FUMO di sigarette, fumandone 15 al giorno per un anno si può contrarre CANCRO AI POLMONI, si accumula nel fegato, nelle ossa, nella aorta.
SINTOMI
Emicrania, vertigini, nausea, vomito, problemi respiratori, eruzioni cutanee, dolori al torace, tosse
CARENZA DA NICHEL, sintomi
La cirrosi epatica, lo scompenso renale cronico, la sudorazione eccessiva, lo stress, un malassorbimento intestinale, provocano una carenza di nichel, tale carenza può anche aggravare l’anemia causata da mancanza di ferro, inoltre influenza il metabolismo dello zinco e del ferro, si possono anche avere insufficienza epatica, crescita stentata, cambiamento di colore della pelle, e problemi all’apparato riproduttivo.

Il sito www.energiesottili.it spiega che:
Il nichel si accumula nel tempo allo stesso modo delle sostanze inalate fumando. Le fonti comuni di esposizione sono apparecchi casalinghi, pulsanti, ceramiche, cacao, permanenti a freddo, pentole, le estetiche, monete, materiali dentali, alimenti (cioccolato, olii idrogenati, dadi, prodotti agricoli coltivati vicino a zone industriali), lacche per capelli, scorie industriali, bigiotteria, apparecchi ortodontici, protesi, galvaniche, attrezzi di metallo, accumulatori al nichel- cadmio, sciampo, inceneritori, utensili da cucina d’acciaio inossidabile, acqua di rubinetto, tabacco ed il fumo sigarette, rubinetti e tubi dell’acqua e chiusure lampo.

Quindi il nickel è una sostanza ubiquitaria, cioè presente ovunque in natura. E’ impossibile eliminarlo del tutto dalla propria vita ed è anche controproducente.

Infatti esso è parte integrante del nostro organismo, poichè lo aiuta a compiere funzioni essenziali per il nostro benessere. Possiamo però imparare a gestirne il quantitativo che assumiamo giornalmente, seguendo una dieta a basso contenuto di nickel, cucinando tutto a casa e abolendo i prodotti industriali. Si può inoltre seguire un percorso di chelazione naturale, sempre e comunque seguiti da specialisti accreditati, che possano dare indicazioni utili in base a ciascun caso.

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E’ inoltre imprescindibile cambiare pentole e posate, detersivi per la casa e prodotti per l’igiene personale, make up, tinture per capelli, smalti. Bisogna evitare il fumo di sigaretta e limitare l’inquinamento almeno in casa. E’ utile non usare tessuti sintetici e scuri, evitare le otturazioni ai denti in metallo e i piercing e limitare l’esposizione a profumi e apparecchi elettronici, compresi cellulari e smartphone.

Il vaccino per il nickel esiste? Si può guarire? A chi è adatto?

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Il vaccino per il nickel è il sogno di tutti noi allergici.

Immaginare una vita senza privazioni e senza alcun sintomo, significherebbe ritornare ad avere un’esistenza normale, perchè l’allergia al nickel è difficile da gestire.

Quando si tratta di Snas in particolare risulta addirittura invalidante, nonostante esitano rimedi e alternative. La dieta di disintossicazione è il primo passo per riappropriarsi della quotidianità, ma servono costanza e impegno per arrivare con successo a reintrodurre gli elementi a medio contenuto di nickel e, sempre a rotazione, quelli ad alto contenuto.

L’importante è stare attenti a non riaccumulare troppo nickel.

Dopo un periodo di disintossicazione, per stare bene è possibile da qualche anno ormai provare il vaccino Tio, adatto ai soggetti affetti da Snas.

Si tratta di un vaccino prodotto dall’azienda farmaceutica Lofarma, fondata nel 1945, che studia, produce e commercializza immunoterapie specifiche per il trattamento delle malattie allergiche.

Il TIO agisce in maniera diversa rispetto ai comuni vaccini. E’ infatti un trattamento di iposensibilizzazione al metallo, ovvero un estratto purificato ed opportunamente trattato dell’allergene a cui il paziente è sensibile, che viene somministrato dopo aver accertato la sua allergia.

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2. Cos’è un trattamento di iposensibilizzazione

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La iposensibilizzazione serve quindi ad aumentare la tollerabilità del soggetto e renderlo più resistente all’allergene.

Esistono vari tipi di terapie iposensensibilizzanti specifiche (TIS). I più comuni sono quello orale (in gocce o compresse) e quello iniettivo. Il primo viene assunto dal paziente al proprio domicilio, mentre il secondo (sottocutaneo) deve essere somministrato esclusivamente da un medico, che rileva eventuali reazioni, dopo un periodo di osservazione di 30 minuti.

Il trattamento iposensibilizzante specifico dura in media dai tre ai cinque anni, in base alla valutazione dell’allergologo della risposta clinica.

La terapia iposensibilizzante orale non provoca solitamente reazioni generali, anche se a volte possono essere presenti piccole reazioni infiammatorie del cavo orale.

3. I primi studi sulla desensibilizzazione da nickel del Dottor Schiavino

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Il Dottor Schiavino, direttore dell’Unità Operativa di Allergologia del Policlinico Gemelli di Roma, racconta al sito www.medicinaeinformazione.com degli studi effettuati sulla correlazione tra nickel e cibo.

L’episodio che lo ha spinto a intraprendere ricerche su questo argomento circa 30 anni fa, riguarda una paziente affetta da allergia al nickel, che presentava forti eczemi su tutto il corpo e non riusciva a trovare una soluzione.

Dopo aver verificato la sensibilità al nickel attraverso patch test e sotto la guida del Professor Patriarca, allora Primario del reparto di Allergologia al Gemelli di Roma, il Dottor Schiavino e il suo team hanno ipotizzato un legame tra contenuto di nickel negli alimenti e reazioni allergiche.

Da questa ipotesi e dai relativi studi al riguardo, basati su lavori norvegesi e danesi, hanno dedotto che una possibile cura avrebbe potuto consistere in una dieta povera di nickel.

Vennero eliminati gli alimenti che contenevano più di 50 microgrammi di nickel in ogni grammo di prodotto per un periodo di 6 settimane.

La paziente ottenne risultati estremamente positivi. Si evidenziò come, risomministrando piccole dosi di nickel, tutti i sintomi ricomparivano.

Il soggetto proseguì il suo percorso con test di provocazione orale e un trattamento desensibilizzante.

Gli studi effettuati sono stati pubblicati per la prima volta nel 1995 e presentavano circa 40 casi di desensibilizzazione avvenuta.

3.1 Studi recenti sulla desensibilizzazione al nickel

INFLUENZA SUINA: L'ISTITUTO DI VIROLOGIA DI MARBURG

Il sito www.allergianichel.com riporta un articolo inerente studi più recenti sul vaccino per il nickel e in particolare quelli effettuati dal Dottor Schiavino.

In Italia i soggetti che soffrono di allergia al nickel sono 9 milioni, di cui 2 milioni affetti da snas.

Proprio l’Italia è uno dei primi Paesi in cui sono stati effettuati il maggior numero di ricerche e studi su questo argomento.

Lo studio “Nickel oral hyposensitization in patients with systemic nickel allergy syndrome“, condotto al policlinico Gemelli di Roma dal Dottor Schiavino con la collaborazione di un team congiunto di allergologi delle Università di Chieti e La Cattolica di Roma, è stato pubblicato sulla rivista Annals of Medicine.

I ricercatori hanno condotto uno studio clinico randomizzato in doppio cieco per valutare la terapia orale di iposensibilizzazione al nichel. Gli studi clinici controllati randomizzati sono studi sperimentali, che permettono di valutare l’efficacia di uno specifico trattamento in una determinata popolazione.
Essi comprendono le terapie, gli interventi (diagnostici, di screening, di educazione sanitaria) o anche l’assenza di intervento. La modalità “in doppio cieco” significa che né lo sperimentatore, né i soggetti coinvolti sono a conoscenza del trattamento assegnato per ridurre la probabilità che ne siano influenzati.

Ad un gruppo di 100 pazienti è stato somministrato il vaccino in capsule, mentre altri hanno assunto un placebo. I pazienti presentavano sindrome allergica sistemica al nichel (Snas) con reazioni sistemiche cutanee e gastrointestinali dopo l’ingestione di cibi contenenti nichel e caratterizzati da dermatite allergica da contatto.

I pazienti coinvolti nello studio hanno assunto le capsule del vaccino, che contenevano dosi crescenti di nichel, in modo da abituare l’organismo a tollerare questa sostanza.
Il sito www.greenme.it riporta che:
Il vaccino si è rivelato efficace per ridurre i sintomi gastrointestinali e cutanei sistemici (orticaria e eczema), ma meno risolutivo per quanto riguarda la dermatite da contatto.
dieta-detox1
E’ necessario un periodo di disintossicazione di circa un anno prima di utilizzare il vaccino, che prevede l’assunzione di pastiglie da 500 nanogrammi di nichel tre volte a settimana per tre anni.
Dopo una diagnosi accertata di allergia al nickel, l’allergologo decide se ritiene opportuno prescrivere il TIO NICHEL. Se è il caso di farlo, compila dei moduli appositi da spedire alla casa produttrice, la quale recapiterà al domicilio del paziente il vaccino.
I costi si aggirano sui 200€ per la prima parte del trattamento. Per il mantenimento i costi salgono.
Dopo sei settimane dall’assunzione, si cominciano a reintegrare gradualmente gli alimenti: tre a settimana, tenendo un diario per segnare le reazioni che si hanno.
Seguono dei controlli periodici.
Bisogna in ogni caso proseguire la dieta a basso contenuto di nickel almeno fino a tre mesi dopo aver inserito il dosaggio costante.
Ci sono reazioni diverse per ciascuna persona: molti hanno avuto talmente tanti effetti collaterali da dover sospendere la cura, mentre molti altri dopo un’iniziale peggioramento, hanno registrato forti miglioramenti.
Come afferma la Dottoressa Valeria Invernizzi, Presidente di “Cibo Amico Allergia Alimentare e Anafilassi”:
“Nelle desensibilizzazioni da alimenti, l’assunzione del vaccino Tio è consigliata la mattina o nel primo pomeriggio (circa mezz’ora prima di fare colazione sarebbe l’ideale), in modo tale che le eventuali reazioni allergiche appaiano nell’arco della giornata.”

Secondo il Dottor Domenico Schiavino, il Tio è particolarmente utile alle donne, perchè il nichel ha una fondamentale funzione nell’assorbimento del ferro, che le donne perdono a causa del ciclo mestruale, diventando soggette all’anemia.

2.1 Altri studi relativi al vaccino

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Il Dottor Angelo Ferrari, responsabile del Servizio Dermatologia ed Allergologia Territoriale ASL 5 Crotone, ha effettuato un ulteriore studio per testare l’efficacia della terapia di desensibilizzazione da nickel.

Sono stati presi in esame 21 pazienti volontari e allergici al nickel di età compresa tra i 12 e 60 anni, risultati positivi al patch test e con allergia sistemica accertata.

Il sito www.gditalia.biz riporta per intero lo studio:

“Dopo un periodo di wash-out da terapie precedenti, ottenuto il consenso informato, e dopo aver praticato una dieta a basso contenuto di nichel della durata di un mese i pazienti hanno cominciato ad assumere le capsule a dosaggio crescente, a giorni alterni, per 10 settimane e, successivamente, a dosaggio costante per 12 mesi. Ogni trattamento farmacologico ed ogni alimento contenente nichel assunto durante il periodo di studio venivano opportunamente segnalati.

Il giudizio circa l’efficacia del trattamento da parte dei pazienti e del dermatologo è risultato positivo nella maggioranza dei casi. L’accettabilità è stata considerata buona.

Non si sono evidenziate reazioni avverse degne di nota; soltanto 2 pazienti hanno riferito prurito e lieve gastralgia durante le prime 2 settimane di trattamento.

In conclusione, i primi risultati clinici di questa esperienza in aperto dimostrano l’efficacia, la tollerabilità ed anche l’accettabilità della terapia iposensibilizzante orale al nichel nella sindrome sistemica con considerevoli vantaggi in termini socio-economici e di risparmio di corticosteroidi ed antistaminici.”

2.1.2 TIO NICHEL: 5 anni di esperienza. Angelo Ferrari– Sabrina Ercolani. Il caso.

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Paziente donna di 25 anni cassiera in un supermercato.

Lamenta da circa 1 anno comparsa di lesioni diffuse eritemato-vescicolari all’addome, al tronco, agli arti e nelle zone di contatto con accessori metallici e bigiotteria. Dallo stesso periodo presenti sintomi sistemici quali cefalea ricorrente, disturbi gastroenterici con fasi alternate di stipsi e colite, meteorismo e un prurito diffuso molto fastidioso

Patch test Nichel solfato (+++)

Prescritti antistaminici e cortisonici per os a scalare per 1 mese, contemporaneamente dieta Nickel-free e dopo 1 mese TIO Nichel (secondo lo schema consigliato)

Alla visita di controllo dopo 8 mesi mostra un netto miglioramento del quadro clinico, con remissione quasi completa dei sintomi sistemici, delle lesioni cutanee generalizzate e del prurito

Alla successiva visita di controllo dopo 3 mesi non erano più presenti sintomi sistemici né da contatto e la paziente veniva invitata a proseguire la dose di mantenimento per altri 3 mesi.

3. Consigli pratici per il vaccino Tio

  1. Qualche consiglio per orientarsi meglio:
    1) Bisogna diagnosticare con patch test l’allergia al nickel.
    2) E’ fondamentale accertare con test specifici prescritti da medici accreditati che non ci siano altre patologie che coinvolgono l’apparato intestinale.
    3) E’ necessario fare un periodo di disintossicazione con una dieta a basso contenuto di nickel per verificare se i sintomi diminuiscono o meno e ripetere il test e vedere se il grado di allergia è sceso.
    4) Se dopo il periodo di disintossicazione il patch test continua a rivelare lo stesso valore, si procede con le prove a somministrazione orale (test di provocazione orale) per verificare se l’allergia sia di tipo sistemico.
    5) E’ necessario rivolgersi a centri specializzati per l’allergia al nickel, che sappiano indirizzare i pazienti alle cure migliori per il proprio caso.
    6) Lo specialista valuterà se è il caso di iniziare la cura con il vaccino o meno e solo lui sarà in grado di prescriverlo e verificarne gli effetti.
  2. 4. Prassi al policlinico Gemelli

  3. Al reparto di allergologia del policlinico Gemelli di Roma il vaccino viene ritenuto necessario e prescritto solo alle persone affette da allergia sistemica al nickel. Ossia quelle persone in cui l’organismo non tollera più neanche una minima quantità di nichel e che non riesce a disintossicarsi pur seguendo una dieta a basso contenuto di nickel.
    Seguono domande per accertare lo stile di vita e le reazioni dei soggetti durante l’anamnesi: lo scopo è quello di verificare se cibi e bevande incidano sullo stato di salute del paziente. Per esempio si domanda se si consumano cioccolato, pomodori, legumi, verdura e frutta. Se si bevono vino, birra o alcolici.Successivamente si entra a far parte di una graduatoria per il vaccino.Il ciclo di somministrazione dura circa 6 mesi a cui segue un percorso di reintegro degli alimenti aboliti. Bisogna non essere in stato interessante, nè in allattamento.

    5. Alcuni centri e medici specializzati in allergia al nickel

  4. Ecco un elenco di centri e medici specializzati in allergia al nickel:

 > LAZIO
  1. Policlinico Gemelli Roma;
  2. Dott.ssa Rosa Femia
    Via di Porta Pinciana, 34 – 00187 Roma;
    Tel 06-4745764
  3. Dottoressa Tammaro Ospedale Sant’Andrea oppure Cup per ospedale S.Andrea 803333  Roma dintorni;
  4. Dott.ssa Fatima Caciotti, Nutrizionista, Venafro (IS) e Carpineto romano, Roma, Tel. 3289281201;
  5. Dott.ssa Giovanna Corona, Biologa nutrizionista, Roma, Tel. 3801770742, www.romanutrizionista.it;
  6. Dott.ssa Lucia D’Anzi, Biologa nutrizionista, Formia (Latina), Tel. 3463511711;

> LIGURIA

  1. Dott. Alberto Maria Bollo – Medico chirurgo, esperto in Medicina integrata e Omeopatia, effettua test DRIA per alimenti, additivi, coloranti, conservanti, pollini e polveri; test mini DRIA, test ALCAT, diete personalizzate.
    Via di Porta Soprana, 15/5 – 16123 Genova, Tel. 010-2513618;

> VENETO

  1. Dott. Italo Alloi Effettua mini DRIA
    Via Mameli, 41 – 37124 Verona;
    Tel 045-8301511;

> TOSCANA

  1. 2. Elena Mascerà, Naturopata, nutrizionista, erborista
  2. sede a Pistoia, viaggia e visita in diverse parti d’Italia
  3. Galleria Nazionale, 11 – Pistoia
  4. tel. 0583 21201
  5. www.casadellasalute.com
  6. info@casadellasalute.com;
  7.  Dott.ssa Paola Giorgieri, Allergologa, Asl di Massa e Carrara presso Ospedale di Carrara;
  8. Dott. Gaetano Salvati, Reparto Immunologia e Allergologia, Ospedale Carreggi, Firenze;
> LOMBARDIA
  1. SMA Servizi Medici Associati CENTRO PILOTA Dott. Attilio Speciani
    Via Ariosto, 28 – 20145 Milano;
    Tel. 02-4800845:  http://www.facebook.com/speciani;
  2. Dott. Giancarlo Comeri Effettua mini DRIA e terapie iposensibilizzanti

    Via Mantegazza, 1 – 22100 Loro, Como;
    Tel. 031-283656;

  3. Dott. Davide Galbiati Effettua mini DRIA
    Via Milano, 47 – 22063 Cantù (Como);
    Tel. 031-701181;
  4. Dott.ssa Annalisa Subacchi, Crema, Cremona e Manerbio, Tel. 3664759134;
    > PUGLIA
  5. Dott. Mauro Minelli, Immunologo clinico e Allergologo presso IMID UNIT dell’ospedale di Campi Salentina (LE) e Policlinico di Bari, www.maurominelli.it;
  6. I.R.C.C.S Ospedale di San Giovanni Rotondo, Foggia;
  7.  Dott.ssa Francesca DiGennaro, Biologa nutrizionista,  via Oberdan 131, Canosa di Puglia, BAT, Tel. 3206952695;
  8. Dott. Nicola Carella, Biologo nutrizionista, via Nicola Tridente 23, Bari, Tel. 3201497948;
  9. Dott.ssa Enrica Cillo, Biologa nutrizionista, via Piave 13, Maglie, Lecce. Tel. 3280211181;
    > PIEMONTE
  10. Dott.ssa Elvira Marti, Biologa nutrizionista,
    Via Vico 8, Torino,
    Vigliano Biellese via Milano 4
    Borgosesia, Viale Varallo 33
    nutrizionista.marti@gmail.com;
  11.  Dott.ssa Maria Aino Capra – Medico chirurgo, Medicina Naturale, effettua mini DRIA
    Corso Traiano, 155, Torino, Tel 011-3179892;
  12. Dott. Francesco Martinelli, Biologo nutrizionista, via Martiri della Benedicta, 96, Serravalle Scrivia (Alessandria), Tel. 3381604354;
  13. Dott. Renato Rossi, Allergologo e immunologo clinico, CAAM centri associati di Allergologia molecolare, Savigliano (Cuneo), Pinerolo (Torino), Moncalieri (Torino), Tel. 3387955648.
> ABRUZZO
  1. Dott.ssa Campitelli (Nutrizionista) Pescara;
> EMILIA ROMAGNA
  1. Dott. Stanghellini (gastroenterologo) , Tel. 0516443011 Clinica Villalba, Bologna, Tel. 051304867-051304785 ospedale Sant’Orsola;
  2. Dott. Pietro Galati, Medico chirurgo, specializzato in Allergologia e immunologia clinica, Policlinico S.Orsola–Malpighi di Bologna, via Massarenti 46, Bologna.

> CAMPANIA

  1. Dott.ssa Giovanna de Leo, Biologa generale ed applicata e biologa nutrizionista, via Cilea 56, Napoli, Tel. 3270866049;
  2. Dott.ssa Aikaterini Detoraki, via Santa Teresa a Chiaia 39, Napoli, Tel. 081-405228, Cellulare: 3291895133;
  3. Dott, Fabio De Bartolomeis, Allergologo, via Calata San Vito 28, Salerno;

> SARDEGNA

  1. Dott.ssa Elisa Lai, Biologa nutrizionista, Cagliari, Tel. 3295462588;
  2. Dott.ssa Maddalena Pedroni Effettua mini DRIA
    Via Maggior Leggero, 54 – 07024 La Maddalena (Sassari);
    Tel 0789-737320;

>SICILIA

  1. Dott. Antonino Ingrassia, Allergologo, Piazza Guglielmo Marconi, 5, Marsala,
    Tel. 0923 713874.

Nuovi studi e possibilità per gli allergici al nickel

Un progetto dell’Università di Bari Aldo Moro in collaborazione con il CIHEAM, Istituto agronomico mediterraneo di Bari, l’Istituto di scienze delle produzioni alimentari (ISPA)-CNR e l’Università del Salento sta cercando delle soluzioni efficaci per l’allergia al nickel a partire da nuovi metodi di coltivazione, che aiutino a sviluppare piante e frutti a ridotto contenuto di nickel.

Un interessante studio che potrebbe affiancare l’agricoltura idroponica nel fornire prodotti a basso contenuto di nickel.

Il progetto iniziato nel 2015 sta dando ottimi risultati e una speranza in più agli allergici, anche se rimane ancora molto lavoro da fare.

Agricoltura idroponica: nuovi orizzonti per gli allergici al nickel

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1. Agricoltura idroponica e nickel

L’agricoltura idroponica apre nuovi orizzonti per gli allergici al nickel, perchè propone un metodo alternativo per coltivare la terra.

Secondo il dizionario l’idroponica è una tecnica di coltivazione delle piante fuori terra, in una soluzione a base di acqua e sostanze nutritive.

Ma perchè l’idroponica rappresenta una rivoluzione per gli allergici?

Il nickel è una sostanza presente ovunque: aria, acqua e suolo ne sono pieni. Lo ritroviamo in particolare nell’aria, ma viene assorbito in grandi quantità dal suolo sia perchè la crosta terrestre è composta da metalli pesanti, sia attraverso l’acqua piovana,  le tubature e gli irrigatori.

Quindi coltivazione, lavorazione e produzione di alimenti sviluppano facilmente nickel, contaminando i cibi. Non a caso il primo passo per gli allergici è la disintossicazione con una dieta a basso contenuto di nickel. Bisogna rinunciare a moltissime pietanze e importanti sostanza nutritive.

L’idroponica permette di abbassare notevolmente i livelli di nickel nelle piante, tanto da poter ottenere frutti, verdure, cereali e ortaggi che non diano problemi anche a noi.

2. Le origini dell’agricoltura idroponica

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Come spiega il sito sito www.idroponica.it, l’idroponia è l’arte di far crescere le piante nell’acqua. La parola deriva dal greco “hidro = acqua” e “ponos = lavoro”.

Quest’idea di agricoltura ha radici antiche, veniva praticata in Babilonia, Perù e Myanmar. I popoli di questi Paesi coltivavano i loro giardini sulla superficie dell’acqua, sopra strati di vari materiali o piante come la paglia o i giacinti d’acqua.

Nel 1100 le tribù indigene dell’America del Sud e del Messico (come gli Aztechi) ampliavano le aree coltivabili costruendo sull’acqua del lago delle zattere o isole “galleggianti”, chiamate “chinampas”, fatte di canne e giunchi intrecciati. Questa struttura veniva ricoperta di fango vulcanico, molto fertile, e veniva usata per coltivare. Le piante ricavavano nutrimento dal fango e dal lago sottostante, che accoglieva le
radici in un’acqua ricca di sali minerali, fresca e bene ossigenata. Questa tecnica veniva usata anche in altre parti del mondo, come per esempio in Cina, dove nel 1275 Marco Polo vide dei giardini galleggianti. Non sappiamo con certezza dove e quando i giardini galleggianti siano stati costruiti per la prima volta, ma sono sicuramente la prima vera applicazione della tecnologia idroponica.
Nel 1699 il naturalista inglese John Woodward dimostrò per la prima volta che le piante traggono nutrimento dal suolo per mezzo dell’acqua e che crescono meglio se immerse nell’acqua del fiume rispetto all’acqua distillata.

Fu soltanto nel 1930 che questa tecnica fu riscoperta presso l’Università di Berkeley in California dal Dottor Gericke, ma solo a partire dagli anni Settanta hanno cominciato a prendere piede le coltivazioni idroponiche.

3. Come funziona l’agricoltura idroponica?

Esistono due sistemi per coltivare le piante in acqua: uno prevede l’immersione delle
radici in una soluzione nutritiva; l’altro si basa sull’uso di un substrato inerte, senza fare uso di terra. In alcune lingue il termine “idroponica” si riferisce solo alla coltivazione in
soluzione acquosa, mentre la coltivazione in substrato inerte viene detta “senza suolo”.

Nell’idroponia le piante vivono sopra l’acqua con le radici appese nel flusso di una soluzione nutriente.

La maggior parte delle piante ha difficoltà ad adattarsi alla mancanza di ossigeno, seppur alcune specie, come riso, gigli di acqua e piante carnivore, riescano a vivere in ambienti scarsamente ossigenati o stagnanti.

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Infatti anche se adeguatamente bagnate, senza ossigeno, esse muoiono “soffocate”.

Sono dunque necessarie particolari condizioni, affinchè sia possibile questo tipo di coltura:

  • L’acqua deve essere viva, cioè ricca di cibo e ossigeno;
  • Bisogna sostituire queste sostanze una volta terminate.

L’obiettivo è stimolare la crescita delle piante e controllare la quantità di acqua, sali minerali e l’ossigeno disciolto. Le piante infatti si nutrono degli ioni sciolti nell’ossigeno.

Quando le radici sono sospese nell’acqua in moto, esse assorbono cibo ed ossigeno rapidamente e se il contenuto di ossigeno é adatto, la crescita della pianta sarà veloce.

E’ fondamentale bilanciare la combinazione di acqua, nutrienti ed ossigeno, secondo le necessità delle piante al fine di massimizzare produzione e qualità.

I risultati ottimali si ottengono monitorando:

  1. La temperatura;
  2. L’umidità;
  3. Il livello di CO2;
  4. L’intensità luminosa;
  5. La ventilazione;
  6. La costituzione genetica della pianta.
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Come riporta il saggio “L’idroponia biologica- La biponia, una nuova visione della coltivazione idroponica.”, a cura di Noucetta Kehdi – GHE:
La maggior parte del lavoro si effettua sulla base della lettura dei livelli di pH e di EC. Per assicurare un assorbimento ideale di sali minerali per la pianta e per proteggere i chelati che sono contenuti nei concimi di buona qualità, bisogna mantenere il livello di pH tra 5.5 e 6.5. Per assicurare inoltre un livello di nutrimento corretti, verrà aggiunto il concime quando l’EC scenderà al di sotto del livello necessario ai bisogni della pianta, in funzione dei suoi cicli di crescita.
EC è la misura di tutti gli ioni che conducono elettricità nella soluzione nutritiva. Maggiore sarà la quantità di ioni presenti nella soluzione nutritiva, maggiore sarà l’elettricità condotta da quella soluzione nutriente (aumento dell’EC).

3.1 I differenti tipi di coltivazione idroponica

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Esistono molteplici metodi di applicare l’idoponia in base a diversi fattori.

  •  Per la presenza e il tipo di substrato:
    -colture su substrato, fuori suolo o idrocoltura;
    -NFT;
    -Floating;
    -Areoponica.
  • A seconda del metodo irriguo per apportare la soluzione nutritiva alla pianta
    -irrigazione a goccia;
    -subirrigazione.
  • Per l’uso o meno della soluzione nutritiva drenata:
    -ciclo aperto, in cui acqua e fertilizzanti vengono dispersi nell’ambiente;
    -ciclo chiuso, nel quale acqua e fertilizzanti vengono recuperati, sterilizzati e riutilizzati.

3.2 Idroponica e industria

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Il libro “Idroponica per tuttichiarisce che la maggior parte degli impianti commerciali si basa su semplici sistemi a ciclo aperto, in cui le piante crescono su lastre di lana di roccia e vengono irrorate con una soluzione nutritiva messa in circolo più volte al giorno. Il 25 o 30% della soluzione erogata sarà drenato e disperso nell’ambiente dopo ogni irrigazione, per evitare accumuli salini nel substrato. Questa tecnica, sebbene dannosa per l’ecosistema, è molto usata perché particolarmente economica.
Nei sistemi a ciclo chiuso si fa circolare la soluzione nutritiva dal serbatoio alle colture e poi nuovamente verso il serbatoio. Poiché l’acqua in circolo viene interamente assorbita ed emessa per traspirazione dalla pianta, il consumo d’acqua è più efficiente; inoltre con il ricircolo si evita il rischio di inquinamento del suolo e delle falde acquifere per colpa dei nutrienti che, diversamente, verrebbero liberati negli scarichi.
L’introduzione dell’idroponica a fini non commerciali ha permesso l’ampia diffusionedi questa tecnica per usi domestici, dalle colture fai-da-te di erbe, sia aromatiche che medicinali, alle colture floreali.

4. Valori nutrizionali delle piante coltivate con agricoltura idroponica

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I vegetali coltivati così non hanno nessuna carenza rispetto a quelli coltivati normalmente, ma mancano della tossicità. Si riesce infatti ad avere un controllo totale sulla somministrazione dei fertilizzanti idroponici. La resa è da 2 a 10 volte maggiore della crescita in terra ed anche più veloce. Non bisogna innaffiare ogni giorno, per cui si risparmia anche l’acqua: infatti la stessa acqua che viene utilizzata nei vasi viene fatta ricircolare grazie ad un sistema di irrigazione. Le piante non contraggono nessun virus o batteri del suolo. In assenza di terriccio e sostanze organiche le malattie sono quasi nulle. Impossibilità di erbacce di crescere nel sistema idroponico. In definitiva la qualità del cibo risulta superiore, migliore, più sana. Grazie al controllo assoluto dei valori la pianta cresce nel migliore dei modi aumentando la qualità ed il sapore finale. Si tratta di una coltura non stagionale con la possibilità di coltivare a cicli continui 12 mesi su 12.
Le piante sono coltivate in un substrato inerte sterile di crescita, come la lana di roccia, argilla, perlite, vermiculite e alimentate con una miscela di acqua e nutrienti. Mentre le piante coltivate in terra devono continuamente sviluppare l’apparato radicale in cerca di acqua e sostanze nutritive, le piante in coltura idroponica impiegano l’energia per la crescita della parte superiore, foglie e frutti.

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I tradizionali metodi di coltura potrebbero in futuro essere affiancati o sostituiti dall’idroponica per garantire una minor presenza di metalli e sostanze dannose nelle piante e nei frutti.

Sotto questa prospettiva sono evidenti i vantaggi dell’idroponia.

In generale si abbasserebbero i livelli d’inquinamento delle falde acquifere e dei terreni, le piante sarebbero più sane e produttive

  • ottimo utilizzo del potenziale genetico delle piante;
  • miglior controllo del loro nutrimento;
  • miglioramento visibile della quantità e della produzione;
  • un significativo accorciamento del tempo di crescita per molte piante;
  • un uso più efficiente dello spazio;
  • grande risparmio di fertilizzante e di acqua (vista la sua crescente scarsità);
  • assenza totale di erbicidi.

Vantaggi della Coltivazione Idroponica

Il sito www.architetturaecosostenibile.it sostiene che

La coltivazione fuori suolo è uno strumento efficace per controllare la crescita e la produzione colturale attraverso la gestione della nutrizione minerale.
I vantaggi principali da registrare sono:

1 | L’accorciarsi dei tempi di sviluppo.
Le colture idroponiche dovrebbero essere impiegate in ambienti illuminati artificialmente o comunque in serre per poter tenere sotto controllo le condizioni ambientali. Proprio il rispetto delle condizioni ambientali necessarie permette di velocizzare la crescita delle piante e di ottenere la maturazione in meno tempo. Non è comunque esclusa la possibilità di utilizzare questi sistemi in coltivazioni outdoor.
Le piante in un sistema idroponico si sviluppano più velocemente rispetto ad un sistema tradizionale in terra in quanto vi è una maggiore attenzione e un maggiore controllo delle sostanze nutritive nonché un più ricco apporto di ossigeno all’apparato radicale. Le piante respirando con più facilità accelerano il loro metabolismo ed impiegano meno tempo per crescere.
L’accorciarsi dei tempi di sviluppo porta la riduzione delle ore di luce e quindi di accensione delle lampade e del funzionamento degli aspiratori,con conseguente riduzione della spesa della corrente elettrica e l’allungamento della vita dell’impianto. Inoltre più è breve è il ciclo meno probabilità ci sono che si sviluppino malattie;
2 | Condizioni di lavoro migliori dall’impianto alla raccolta, anche con controllo delle effettive esigenze colturali;
3 | Produttività a metro più alta, grazie ad una densità di piantine più alta e all’eliminazione dell’attacco da parte dei patogeni terricoli.
4 | Aumento della qualità del prodotto in post–raccolta.
Gli ortaggi prodotti in idroponica non contengono i resti di sostanze chimiche utilizzate per le geosterilizzazioni, sono più puliti e dal punto di vista nutrizionale non presentano differenze con i prodotti coltivati a suolo.

Un sistema fuori suolo ideale dovrebbe essere economico, flessibile e sicuro dal punto di vista ambientale. Invece l’idroponica è una tecnologia che richiede ancora grossi investimenti di capitale e, nel caso del sistema aperto è richiesto un grosso quantitativo di acqua e fertilizzanti che rende il sistema poco sostenibile. Inoltre modalità e costi di gestione sono altri due aspetti di notevole portata da considerare in questa tecnologia. Infatti in Italia dove lo sviluppo della coltura idroponica è lento, numerosi impianti sono risultati fallimentari perché installati in serre inadeguate per quanto riguarda la gestione del clima e del sistema di irrigazione. In Italia le specie vegetali dedicate a questo tipo di coltivazione sono la rosa, la gerbera, il pomodoro e la fragola. Il 98% sono coltivati in substrati, tra i quali i più diffusi sono lana di roccia, torba, pomice e perlite.

L’idroponica è considerata una tecnica di coltivazione eco–compatibile in quanto non prevede geosterilizzazioni e nei cicli chiusi è ridotto l’impiego di acqua e fertilizzanti. La qualità dei prodotti agricoli e orticoli ha inoltre fatto importanti passi avanti: il mercato apprezza non solo gli aspetti tradizionali (freschezza, gusto e sapore), ma anche aspetti quali le condizioni di produzione (responsabilità ambientale e sociale) e la sicurezza del prodotto.

I vantaggi per gli allergici al nickel sono più che evidenti:

  1. arricchire la dieta di importanti sostanze nutritive;
  2. varietà dei cibi;
  3. prodotti sani e più controllati;
  4. facilità di reperimento dei prodotti;
  5. costi contenuti.

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Esistono già delle aziende che hanno avviato l’idroponica, che producono e commercializzano on-line intere gamme di vegetali, basta dare un’occhiata su siti a tema.

Un’alternativa sarebbe quella di avviare la coltivazione idroponica nella propria casa, a tale scopo ci sono rivenditori specializzati.

Nickel e reflusso gastroesofageo

1. Cos’è il reflusso gatroesofageo?

Nickel reflusso gastroesofageo spesso vanno di pari passo.

Chi soffre di allergia al nickel infatti,  ha anche problemi di reflusso gastroesofageo.

Il reflusso gastroesofageo è uno dei maggiori disordini nei Paesi occidentali, infatti ne soffre circa il 40% della popolazione. I soggetti più colpiti hanno un’età compresa tra i 55 e i 64 anni e sono in particolare donne.

Il reflusso è responsabile:

  • Del ritardo dello svuotamento gastrico;
  • Della diminuzione del tono LES – Low Esophageal Sphincter ;
  • Dell’aumento della sensibilità chimico-meccanica dell’esofago.

Esso consiste nel ritorno verso l’esofago del materiale acido dello stomaco.

Col passare del tempo il contatto dei succhi gastrici con la parete esofagea, porta ad infiammare la mucosa (esofagite) e genera diversi disturbi:

  • bruciore alla bocca dello stomaco (pirosi) e alla zona del retro dello sterno;
  • dolore gastrico e al torace;
  • acidità;
  • eruttazioni frequenti;
  • difficoltà a deglutire;
  • irritazione alla gola;
  • tosse secca.

1.2 Le cause

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Le cause del reflusso gastroesofageo sono legate ad uno scarso tono della muscolatura dello sfintere esofageo inferiore. Lo sfintere esofageo è un muscolo che si trova tra la fine dell’esofago e lo stomaco e serve a impedire il passaggio in esofago del succo gastrico acido.

Altre ragioni sono da ricercare nella presenza di ernia iatale e nella sensibilizzazione della mucosa dell’esofago.

Come spiega la nutrizionista clinica Loredana Vesci:

“Tale indebolimento è spesso provocato dagli allergeni degli alimenti, soprattutto dal nickel. Questo metallo è ubiquitario, viene utilizzato per scopi industriali, ed è particolarmente presente in alcuni alimenti, in dipendenza anche della zona di coltivazione. È la causa principale della dermatite atopica da contatto e della SNAS (sindrome di allergia al nichel sistemica), caratterizzata da disordini gastrointestinali, respiratori e neurologici. L’incidenza mondiale è molto alta e sta aumentando; attualmente si attesta attorno al 20%. “

Le intolleranze alimentari e le allergie determinano uno stato infiammatorio persistente.

L’ingestione di alimenti ricchi di nickel, porta infatti ad un aumento degli eosinofili nella mucosa digestiva.

Gli eosinofili sono globuli bianchi che difendono l’organismo dall’attacco di agenti patogeni e parassiti e hanno la funzione di contrastare le reazioni allergiche iniziate dai basofili, poiché riescono a degradare l’istamina.

Quindi l’allergia al nickel e reflusso gastroesofageo sono spesso legati tra di loro.

2. Gli studi sul collegamento tra allergia al nickel e reflusso gastroesofageo

Questo è quanto emerso da uno studio del 2007  condotto in CaliforniaEosinophilic esophagitis in adults: a systematic review.” , secondo cui spesso la diagnosi di Reflusso gastroesofageo è in realtà falsa, soprattuto nei giovani.

Una dieta di disintossicazione dal nickel aiuta a ridurre la risposta degli eosinofili e quindi l’infiammazione locale.

Stessi risultati ai quali sono giunti i ricercatori del Dipartimento di Malattie Digestive e Medicina Interna dell’Università di Bologna. Lo studio, pubblicato sulla rivista “United European Gastroenterology Journal” nel 2016, ha dimostrato che la maggior parte dei soggetti affetti da reflusso gastroesofageo, è allergica o sensibile al nickel.

Nickel e reflusso gastroesofageo appaiono ancora una volta collegati.

Sono stati presi in esame 210 pazienti, di età compresa tra i 18 e i 75 anni, con reflusso gastroesofageo e 140 persone senza reflusso. Nessuno aveva mai seguito una dieta a basso contenuto di nickel.

Da una prima analisi si è osservato che gli allergici al nickel erano in percentuale significativamente maggiore nei soggetti con reflusso (40%), rispetto a quelli sani (16%); si è sottolineato come gli allergici fossero soprattutto donne con episodi di asma.

Ai pazienti con reflusso è stata prescritta una dieta a basso contenuto di nichel per 6 mesi, in seguito alla quale hanno mostrato un miglioramento significativo dei sintomi. Si è concluso che l’allergia al nickel può contribuire allo sviluppo della condizione infiammatoria della mucosa del sistema gastrointestinale ed è in grado di aumentare la suscettibilità della giunzione gastroesofagea al danno acido.

Secondo questo studio quindi, nickel e reflusso gastroesofageo dipendono l’uno dall’altra.

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Un’altra fonte che conferma il legame tra nickel e reflusso gastroesofageo è il blog www.nichel-free.blogspot.it,  il libro “Nickel and Its Surprising Impact in Nature“, di Astrid Sigel, Helmut Sigel, Roland K. O. Sigel, sostiene che il batterio Helicobacter pylori, che si trova nel tratto iniziale dell’apparato digerente, sia talmente resistente da poter vivere in un ambiente estremamente acido, come quello dello stomaco. Questa caratteristica dipende da alcuni enzimi, che usano il nickel come sostanza necessaria per attivarsi. Alcune possibili cure suggerite dagli autori sarebbero dunque, una dieta povera di nickel, associata all’intervento su tali enzimi e alla vaccinazione.

Nickel e reflusso gastroesofageo ricorrono anche nell’articolo, “Helicobacter pylori nickel binding protein”, di Plaut, Andrew, G. Gilbert-Rothstein, Joanne, V. Wright, Andrew, pubblicato nel 1995, è stata scoperta una proteina, capace di legare il nickel e bloccare la sintesi delle ureasi.

Il nickel si lega al recettore Toll-like 4 o TLR4, una proteina che dà via libera all’organismo per innescare la reazione del sistema immunitario. Agire sul TLR4, disattivandolo, potrebbe quindi contribuire a ridurre i sintomi dell’allergia.

A confermare che nickel e reflusso gastroesofageo sono legati è stato nel 2017 uno studio tedesco, pubblicato sulla rivista “Nature Immunology“.

Il dottor Matthias Goebeler, dell’università di Giessen in Germania, ha condotto un esperimento su topi da laboratorio. Egli ha rilevato che il recettore Toll-like 4 o TLR4 può essere colpito dall’allergene nickel oltre che dai batteri. Ciò significa che il nickel riesce a comportarsi esattamente come i batteri nel nostro organismo, scatenando così la risposta difensiva dell’organismo.

Il nickel e i batteri mirano però a due parti differenti del recettore, quindi bloccare solo quella che riguarda la sostanza metallica, potrebbe prevenire reazioni allergiche, senza per questo interferire negativamente con lo sviluppo dell’infiammazione, cioè con la risposta ‘difensiva’ dell’organismo alle infezioni.

3. Come combattere nickel e reflusso gastroesofageo

Ecco adesso alcuni semplici suggerimenti per combattere nickel e reflusso gastroesofageo:

  • evitare di compiere sforzi eccessivi;
  • evitare di coricarsi subito dopo i pasti;
  • ridurre stress e ansia;
  • ridurre l’assunzione di farmaci che possono aumentare l’acidità gastrica;
  • dormire con due cuscini;
  • evitare abiti stretti in vita.

Sovrappeso e obesità aumentano la pressione addominale e possono peggiorare la sintomatologia o provocarne l’insorgenza.

È consigliabile:

  • smettere di fumare;
  • evitare di bere alcolici, bibite gassate, succhi di agrumi;
  • ridurre l’assunzione di cibi fritti, burro, dado da brodo, strutto, aglio, caffè;
  • evitare i cibi piccanti o speziati;
  • evitare carni grasse e affumicate, soprattutto gli insaccati;
  • evitare formaggi fermentati o stagionati;
  • evitare uova sode o fritte.

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Tra i cibi consigliati:

  • Pasta e riso con condimenti leggeri;
  • Carni bianche e magre come pollo, tacchino e vitello;
  • Pesce;
  • Formaggi freschi come ricotta e mozzarella;
  • Latte scremato;
  • Uova ideali alla coque;
  • Olio d’oliva extravergine;
  • Frutta come mele, meloni, banane, pesche;
  • Verdure.

3.1 Rimedi naturali per nickel e reflusso gastroesofageo

Il reflusso gastroesofageo può essere alleviato grazie a rimedi naturali e a preparati erboristici privi di nickel:

1) Malva

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La malva ha proprietà lenitive ed emollienti. La potrete utilizzare sotto forma di tisane e macerati, compresse e gocce per alleviare i sintomi di nickel e reflusso gastroesofageo.

2) Aloe Vera

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Il gel d’aloe veranon il succo – può rappresentare un rimedio naturale adatto per nickel e reflusso gastroesofageo. L’aloe ha il potere di rigenerare le mucose, ma bisogna stare molto attenti alle controindicazioni e soprattutto alle marche idonee per gli allergici al nickel. Consiglio l’aloe vera pura, senza eccipienti. Ci sono molte marche che la producono.

3) Acqua e limone

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Rebekah Fedrowitz, esperta di nutrizione olistica, suggerisce di bere una tazza di acqua tiepida e succo di limone appena spremuto per iniziare al meglio la giornata. Bere acqua e limone a stomaco vuoto, 15 o 20 minuti prima della colazione, aiuta il corpo a bilanciare il proprio livello di acidità. Facilita la digestione e non ha particolari controindicazioni.

Nickel e reflusso gastreoesofageo sono collegati tra loro sotto diversi aspetti, come documentato da parecchie fonti e molteplici studi. Bisogna innanzitutto partire da una dieta sana ed equilibrata a basso contenuto di nickel e in seconda battuta modificare alcune abitudini.

Non sempre i farmaci che si prescrivono per il reflusso, cioè quelli inibitori della pompa protonica o protettori gastrici, sono adeguati a ciascun caso. Prima di assumere medicinali chimici, è bene provare con rimedi semplici e naturali per aumentare il nostro benessere.