Agricoltura idroponica: nuovi orizzonti per gli allergici al nickel

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1. Agricoltura idroponica e nickel

L’agricoltura idroponica apre nuovi orizzonti per gli allergici al nickel, perchè propone un metodo alternativo per coltivare la terra.

L’idroponica è una tecnica di coltivazione delle piante fuori terra, in una soluzione a base di acqua e sostanze nutritive.

Ma perchè può essere una rivoluzione per gli allergici?

Il nickel è una sostanza presente ovunque: aria, acqua e suolo ne sono pieni. Lo ritroviamo in particolare nell’aria, ma viene assorbito in grandi quantità dal suolo sia perchè la crosta terrestre è composta da metalli pesanti, sia attraverso l’acqua piovana,  le tubature e gli irrigatori.

Quindi coltivare, lavorare e produrre alimenti porta ad un accumulo di nickel. Non a caso il primo passo per gli allergici è la disintossicazione con una dieta a basso contenuto di nickel. Bisogna rinunciare a moltissime pietanze e importanti sostanza nutritive.

L’idroponica permette di abbassare notevolmente i livelli di nickel nelle piante, tanto da poter ottenere frutti, verdure, cereali e ortaggi che non diano reazioni allergiche.

2. Le origini dell’agricoltura idroponica

Come spiega il sito sito www.idroponica.it, l’idroponia è l’arte di far crescere le piante nell’acqua. La parola deriva dal greco “hidro = acqua” e “ponos = lavoro”.

Quest’idea di agricoltura ha radici antiche: veniva praticata in Babilonia, Perù e Myanmar. I popoli di questi Paesi coltivavano i loro giardini sulla superficie dell’acqua, sopra strati di vari materiali o piante come la paglia o i giacinti d’acqua.

Nel 1100 le tribù indigene dell’America del Sud e del Messico (come gli Aztechi) estesero le loro aree coltivabili fino all’acqua. Infatti costruirono delle zattere chiamate “chinampas”, sulle quali coltivare le piante, che ricavavano nutrimento dal fango e dall’acqua sottostante.
Questa tecnica veniva usata anche in altre parti del mondo, come per esempio in Cina, dove nel 1275 Marco Polo raccontò di aver visto giardini galleggianti. Non sappiamo con certezza dove e quando i giardini galleggianti siano nati, ma sono di sicuro la prima applicazione della tecnologia idroponica.
Nel 1699 il naturalista inglese John Woodward dimostrò che le piante si nutrono a partire dal suolo tramite l’acqua e che crescono meglio se immerse in acqua di fiume e non in acqua distillata.

Dopo un periodo di accantonamento dell’agricoltura idroponica, nel 1930 il Dottor Gericke dell’Università di Berkeley la riscoprì, anche se solo negli anni Settanta ricominciò effettivamente a diffondersi su larga scala.

3. Come funziona l’agricoltura idroponica?

Esistono due sistemi per coltivare le piante in acqua: uno prevede l’immersione delle
radici in una soluzione nutritiva; l’altro si basa sull’uso di un substrato inerte, senza fare uso di terra. In alcune lingue il termine “idroponica” si riferisce solo alla coltivazione in
soluzione acquosa, mentre la coltivazione in substrato inerte viene detta “senza suolo”.

Nell’idroponia le piante vivono sopra l’acqua con le radici appese nel flusso di una soluzione nutriente.

La maggior parte delle piante ha difficoltà ad adattarsi alla mancanza di ossigeno, seppur alcune specie, come riso, gigli di acqua e piante carnivore, riescano a vivere in ambienti scarsamente ossigenati o stagnanti.

GHE Aquafarm - Sistema Idroponico

Infatti anche se bagnate a sufficienza, senza ossigeno, esse muoiono “soffocate”.

Quindi sono necessarie particolari condizioni per praticare questo tipo di coltura:

  • L’acqua deve essere viva, cioè ricca di cibo e ossigeno;
  • Bisogna sostituire queste sostanze una volta terminate.

L’obiettivo è stimolare la crescita delle piante e controllare la quantità di acqua, sali minerali e l’ossigeno disciolto. Le piante infatti si nutrono degli ioni sciolti nell’ossigeno.

Quando le radici sono sospese nell’acqua in moto assorbono cibo ed ossigeno rapidamente e se il contenuto di ossigeno è giusto, la crescita della pianta è più veloce.

E’ fondamentale equilibrare la combinazione di acqua, nutrienti ed ossigeno, secondo le necessità delle piante per massimizzare produzione e qualità.

I risultati migliori si ottengono tenendo sotto controllo:

  1. La temperatura;
  2. L’umidità;
  3. Il livello di CO2;
  4. L’intensità luminosa;
  5. La ventilazione;
  6. La costituzione genetica della pianta.
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Secondo il saggio “L’idroponia biologica- La biponia, una nuova visione della coltivazione idroponica.”, a cura di Noucetta Kehdi – GHE:
La maggior parte del lavoro si effettua sulla base della lettura dei livelli di pH e di EC. Per assicurare un assorbimento ideale di sali minerali per la pianta e per proteggere i chelati che sono contenuti nei concimi di buona qualità, bisogna mantenere il livello di pH tra 5.5 e 6.5. Per assicurare inoltre un livello di nutrimento corretti, verrà aggiunto il concime quando l’EC scenderà al di sotto del livello necessario ai bisogni della pianta, in funzione dei suoi cicli di crescita.
EC è la misura di tutti gli ioni che conducono elettricità nella soluzione nutritiva. Maggiore sarà la quantità di ioni presenti nella soluzione nutritiva, maggiore sarà l’elettricità condotta da quella soluzione nutriente (aumento dell’EC).

3.1 I diversi tipi di coltivazione idroponica

 

Esistono più metodi per applicare l’idroponia in base a vari fattori.

  •  Per la presenza e il tipo di substrato:
    -colture su substrato, fuori suolo o idrocoltura;
    -NFT;
    -Floating;
    -Areoponica.
  • A seconda del metodo di irrigazione per dare la soluzione nutritiva alla pianta
    -irrigazione a goccia;
    -subirrigazione.
  • Per l’uso o meno della soluzione nutritiva drenata:
    -ciclo aperto, in cui acqua e fertilizzanti vengono dispersi nell’ambiente;
    -ciclo chiuso, nel quale acqua e fertilizzanti vengono recuperati, sterilizzati e riutilizzati.

3.2 Idroponica e industria

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Il libro “Idroponica per tuttichiarisce che la maggior parte degli impianti commerciali si basa su semplici sistemi a ciclo aperto, in cui le piante crescono su lastre di lana di roccia e vengono irrorate con una soluzione nutritiva messa in circolo più volte al giorno. Il 25 o 30% della soluzione erogata sarà drenato e disperso nell’ambiente dopo ogni irrigazione, per evitare accumuli salini nel substrato. Questa tecnica, sebbene dannosa per l’ecosistema, è molto usata perché particolarmente economica.
Nei sistemi a ciclo chiuso si fa circolare la soluzione nutritiva dal serbatoio alle colture e poi nuovamente verso il serbatoio. Poiché l’acqua in circolo viene interamente assorbita ed emessa per traspirazione dalla pianta, il consumo d’acqua è più efficiente; inoltre con il ricircolo si evita il rischio di inquinamento del suolo e delle falde acquifere per colpa dei nutrienti che, diversamente, verrebbero liberati negli scarichi.
L’introduzione dell’idroponica a fini non commerciali ha permesso l’ampia diffusione di questa tecnica per usi domestici, dalle colture fai-da-te di erbe, sia aromatiche che medicinali, alle colture floreali.

4. Valori nutrizionali delle piante coltivate con agricoltura idroponica

 

I vegetali coltivati così non hanno nessuna carenza rispetto a quelli coltivati normalmente, ma non sono tossici. Questo perché grazie all’agricoltura idroponica è possibile controllare completamente la somministrazione dei fertilizzanti idroponici. La resa è da 2 a 10 volte maggiore della crescita in terra ed anche più veloce. Non bisogna innaffiare ogni giorno, per cui si risparmia anche l’acqua: la stessa acqua utilizzata nei vasi, viene fatta ricircolare grazie ad un sistema di irrigazione. Le piante non prendono virus o batteri del suolo. In assenza di terriccio e sostanze organiche le malattie sono quasi nulle ed è persino impossibile che crescano erbacce. In definitiva la qualità del cibo è superiore e più sana. Grazie al controllo assoluto dei valori la pianta cresce meglio, perché risulta avere qualità e sapore superiori.

L’agricoltura idroponica non è stagionale, permette di coltivare a cicli continui 12 mesi su 12.
Le piante coltivate in un substrato inerte sterile di crescita, come la lana di roccia, argilla, perlite, vermiculite, sono alimentate con una miscela di acqua e nutrienti. Mentre le piante coltivate in terra devono continuamente sviluppare l’apparato radicale in cerca di acqua e sostanze nutritive, le piante in coltura idroponica impiegano l’energia per la crescita della parte superiore, foglie e frutti.

 

I tradizionali metodi di coltura potrebbero in futuro essere affiancati o sostituiti dall’idroponica per garantire una minor presenza di metalli e sostanze dannose nelle piante e nei frutti.

Sotto questa prospettiva sono evidenti i vantaggi dell’idroponia.

In generale si abbasserebbero i livelli d’inquinamento delle falde acquifere e dei terreni, le piante sarebbero più sane e produttive. In particolare:

  • ottimo utilizzo del potenziale genetico delle piante;
  • miglior controllo del loro nutrimento;
  • miglioramento visibile della quantità e della produzione;
  • un significativo accorciamento del tempo di crescita per molte piante;
  • un uso più efficiente dello spazio;
  • grande risparmio di fertilizzante e di acqua (vista la sua crescente scarsità);
  • assenza totale di erbicidi.

Vantaggi della Coltivazione Idroponica

Il sito www.architetturaecosostenibile.it sostiene che

La coltivazione fuori suolo è uno strumento efficace per controllare la crescita e la produzione colturale attraverso la gestione della nutrizione minerale.
I vantaggi principali da registrare sono:

1 | L’accorciarsi dei tempi di sviluppo.
Le colture idroponiche dovrebbero essere impiegate in ambienti illuminati artificialmente o comunque in serre per poter tenere sotto controllo le condizioni ambientali. Proprio il rispetto di particolari condizioni ambientali permette di velocizzare la crescita delle piante e ottenere la maturazione in meno tempo. Non è comunque esclusa la possibilità di utilizzare questi sistemi in coltivazioni outdoor.
Le piante in un sistema idroponico si sviluppano più velocemente rispetto ad un sistema tradizionale in terra, poiché c’è maggiore attenzione e controllo delle sostanze nutritive, nonché un più ricco apporto di ossigeno all’apparato radicale. Le piante respirando con più facilità accelerano il loro metabolismo ed impiegano meno tempo per crescere.
L’accorciarsi dei tempi di sviluppo porta la riduzione delle ore di luce e quindi di accensione delle lampade e del funzionamento degli aspiratori,con conseguente riduzione della spesa della corrente elettrica e l’allungamento della vita dell’impianto. Inoltre più è breve è il ciclo, meno probabilità ci sono che si sviluppino malattie;
2 | Condizioni di lavoro migliori dall’impianto alla raccolta, anche con controllo delle effettive esigenze colturali;
3 | Produttività a metro più alta, grazie ad una densità di piantine più alta e all’eliminazione dell’attacco da parte dei patogeni terricoli.
4 | Aumento della qualità del prodotto in post–raccolta.
Gli ortaggi prodotti in idroponica non contengono i resti di sostanze chimiche utilizzate per le geosterilizzazioni, sono più puliti e dal punto di vista nutrizionale non presentano differenze con i prodotti coltivati a suolo.

Un sistema fuori suolo ideale dovrebbe essere economico, flessibile e sicuro dal punto di vista ambientale. Invece l’idroponica è una tecnologia che richiede ancora grossi investimenti di capitale e, nel caso del sistema aperto è richiesto un grosso quantitativo di acqua e fertilizzanti che rendono il sistema poco sostenibile.

Modalità e costi di gestione sono aspetti di cui tener conto perché assai rilevanti. In Italia dove lo sviluppo della coltura idroponica è lento, numerosi impianti sono falliti, perché installati in serre inadeguate per la gestione del clima e del sistema di irrigazione. In Italia le specie vegetali dedicate a questo tipo di coltivazione sono la rosa, la gerbera, il pomodoro e la fragola. Il 98% sono coltivati in substrati, tra i quali i più diffusi sono lana di roccia, torba, pomice e perlite.

L’agricoltura idroponica è considerata una tecnica di coltivazione eco–compatibile, in quanto non prevede geosterilizzazioni e nei cicli chiusi è ridotto l’impiego di acqua e fertilizzanti. La qualità dei prodotti agricoli e orticoli ha inoltre fatto importanti passi avanti: il mercato apprezza gli aspetti tradizionali (freschezza, gusto e sapore), le condizioni di produzione (responsabilità ambientale e sociale) e la sicurezza del prodotto.

I vantaggi per gli allergici al nickel sono più che evidenti:

  1. arricchire la dieta di importanti sostanze nutritive;
  2. varietà dei cibi;
  3. prodotti sani e più controllati;
  4. facilità di reperimento dei prodotti;
  5. costi contenuti.

 

Esistono già delle aziende che hanno avviato questa coltivazione, producendo e vendendo on-line e al dettaglio pomodori, cetrioli, fragole e insalate, basta dare un’occhiata su siti a tema o nei supermercati.

In alternativa è possibile anche coltivare cibi idroponici in casa, grazie ad attrezzature che si trovano facilmente nei negozi online.

Nickel e reflusso gastroesofageo

1. Cos’è il reflusso gatroesofageo?

Nickel reflusso gastroesofageo spesso vanno di pari passo.

Chi soffre di allergia al nickel infatti,  ha anche problemi di reflusso gastroesofageo.

Il reflusso gastroesofageo è uno dei maggiori disordini nei Paesi occidentali, infatti ne soffre circa il 40% della popolazione. I soggetti più colpiti hanno un’età compresa tra i 55 e i 64 anni e sono in particolare donne.

Il reflusso è responsabile:

  • Del ritardo dello svuotamento gastrico;
  • Della diminuzione del tono LES – Low Esophageal Sphincter ;
  • Dell’aumento della sensibilità chimico-meccanica dell’esofago.

Esso consiste nel ritorno verso l’esofago del materiale acido dello stomaco.

Col passare del tempo il contatto dei succhi gastrici con la parete esofagea, porta ad infiammare la mucosa (esofagite) e genera diversi disturbi:

  • bruciore alla bocca dello stomaco (pirosi) e alla zona del retro dello sterno;
  • dolore gastrico e al torace;
  • acidità;
  • eruttazioni frequenti;
  • difficoltà a deglutire;
  • irritazione alla gola;
  • tosse secca.

1.2 Le cause

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Le cause del reflusso gastroesofageo sono legate ad uno scarso tono della muscolatura dello sfintere esofageo inferiore. Lo sfintere esofageo è un muscolo che si trova tra la fine dell’esofago e lo stomaco e serve a impedire il passaggio in esofago del succo gastrico acido.

Altre ragioni sono da ricercare nella presenza di ernia iatale e nella sensibilizzazione della mucosa dell’esofago.

Come spiega la nutrizionista clinica Loredana Vesci:

“Tale indebolimento è spesso provocato dagli allergeni degli alimenti, soprattutto dal nickel. Questo metallo è ubiquitario, viene utilizzato per scopi industriali, ed è particolarmente presente in alcuni alimenti, in dipendenza anche della zona di coltivazione. È la causa principale della dermatite atopica da contatto e della SNAS (sindrome di allergia al nichel sistemica), caratterizzata da disordini gastrointestinali, respiratori e neurologici. L’incidenza mondiale è molto alta e sta aumentando; attualmente si attesta attorno al 20%. “

Le intolleranze alimentari e le allergie determinano uno stato infiammatorio persistente.

L’ingestione di alimenti ricchi di nickel, porta infatti ad un aumento degli eosinofili nella mucosa digestiva.

Gli eosinofili sono globuli bianchi che difendono l’organismo dall’attacco di agenti patogeni e parassiti e hanno la funzione di contrastare le reazioni allergiche iniziate dai basofili, poiché riescono a degradare l’istamina.

Quindi l’allergia al nickel e reflusso gastroesofageo sono spesso legati tra di loro.

2. Gli studi sul collegamento tra allergia al nickel e reflusso gastroesofageo

Questo è quanto emerso da uno studio del 2007  condotto in CaliforniaEosinophilic esophagitis in adults: a systematic review.” , secondo cui spesso la diagnosi di Reflusso gastroesofageo è in realtà falsa, soprattuto nei giovani.

Una dieta di disintossicazione dal nickel aiuta a ridurre la risposta degli eosinofili e quindi l’infiammazione locale.

Stessi risultati ai quali sono giunti i ricercatori del Dipartimento di Malattie Digestive e Medicina Interna dell’Università di Bologna. Lo studio, pubblicato sulla rivista “United European Gastroenterology Journal” nel 2016, ha dimostrato che la maggior parte dei soggetti affetti da reflusso gastroesofageo, è allergica o sensibile al nickel.

Nickel e reflusso gastroesofageo appaiono ancora una volta collegati.

Sono stati presi in esame 210 pazienti, di età compresa tra i 18 e i 75 anni, con reflusso gastroesofageo e 140 persone senza reflusso. Nessuno aveva mai seguito una dieta a basso contenuto di nickel.

Da una prima analisi si è osservato che gli allergici al nickel erano in percentuale significativamente maggiore nei soggetti con reflusso (40%), rispetto a quelli sani (16%); si è sottolineato come gli allergici fossero soprattutto donne con episodi di asma.

Ai pazienti con reflusso è stata prescritta una dieta a basso contenuto di nichel per 6 mesi, in seguito alla quale hanno mostrato un miglioramento significativo dei sintomi. Si è concluso che l’allergia al nickel può contribuire allo sviluppo della condizione infiammatoria della mucosa del sistema gastrointestinale ed è in grado di aumentare la suscettibilità della giunzione gastroesofagea al danno acido.

Secondo questo studio quindi, nickel e reflusso gastroesofageo dipendono l’uno dall’altra.

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Un’altra fonte che conferma il legame tra nickel e reflusso gastroesofageo è il blog www.nichel-free.blogspot.it,  il libro “Nickel and Its Surprising Impact in Nature“, di Astrid Sigel, Helmut Sigel, Roland K. O. Sigel, sostiene che il batterio Helicobacter pylori, che si trova nel tratto iniziale dell’apparato digerente, sia talmente resistente da poter vivere in un ambiente estremamente acido, come quello dello stomaco. Questa caratteristica dipende da alcuni enzimi, che usano il nickel come sostanza necessaria per attivarsi. Alcune possibili cure suggerite dagli autori sarebbero dunque, una dieta povera di nickel, associata all’intervento su tali enzimi e alla vaccinazione.

Nickel e reflusso gastroesofageo ricorrono anche nell’articolo, “Helicobacter pylori nickel binding protein”, di Plaut, Andrew, G. Gilbert-Rothstein, Joanne, V. Wright, Andrew, pubblicato nel 1995, è stata scoperta una proteina, capace di legare il nickel e bloccare la sintesi delle ureasi.

Il nickel si lega al recettore Toll-like 4 o TLR4, una proteina che dà via libera all’organismo per innescare la reazione del sistema immunitario. Agire sul TLR4, disattivandolo, potrebbe quindi contribuire a ridurre i sintomi dell’allergia.

A confermare che nickel e reflusso gastroesofageo sono legati è stato nel 2017 uno studio tedesco, pubblicato sulla rivista “Nature Immunology“.

Il dottor Matthias Goebeler, dell’università di Giessen in Germania, ha condotto un esperimento su topi da laboratorio. Egli ha rilevato che il recettore Toll-like 4 o TLR4 può essere colpito dall’allergene nickel oltre che dai batteri. Ciò significa che il nickel riesce a comportarsi esattamente come i batteri nel nostro organismo, scatenando così la risposta difensiva dell’organismo.

Il nickel e i batteri mirano però a due parti differenti del recettore, quindi bloccare solo quella che riguarda la sostanza metallica, potrebbe prevenire reazioni allergiche, senza per questo interferire negativamente con lo sviluppo dell’infiammazione, cioè con la risposta ‘difensiva’ dell’organismo alle infezioni.

3. Come combattere nickel e reflusso gastroesofageo

Ecco adesso alcuni semplici suggerimenti per combattere nickel e reflusso gastroesofageo:

  • evitare di compiere sforzi eccessivi;
  • evitare di coricarsi subito dopo i pasti;
  • ridurre stress e ansia;
  • ridurre l’assunzione di farmaci che possono aumentare l’acidità gastrica;
  • dormire con due cuscini;
  • evitare abiti stretti in vita.

Sovrappeso e obesità aumentano la pressione addominale e possono peggiorare la sintomatologia o provocarne l’insorgenza.

È consigliabile:

  • smettere di fumare;
  • evitare di bere alcolici, bibite gassate, succhi di agrumi;
  • ridurre l’assunzione di cibi fritti, burro, dado da brodo, strutto, aglio, caffè;
  • evitare i cibi piccanti o speziati;
  • evitare carni grasse e affumicate, soprattutto gli insaccati;
  • evitare formaggi fermentati o stagionati;
  • evitare uova sode o fritte.

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Tra i cibi consigliati:

  • Pasta e riso con condimenti leggeri;
  • Carni bianche e magre come pollo, tacchino e vitello;
  • Pesce;
  • Formaggi freschi come ricotta e mozzarella;
  • Latte scremato;
  • Uova ideali alla coque;
  • Olio d’oliva extravergine;
  • Frutta come mele, meloni, banane, pesche;
  • Verdure.

3.1 Rimedi naturali per nickel e reflusso gastroesofageo

Il reflusso gastroesofageo può essere alleviato grazie a rimedi naturali e a preparati erboristici privi di nickel:

1) Malva

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La malva ha proprietà lenitive ed emollienti. La potrete utilizzare sotto forma di tisane e macerati, compresse e gocce per alleviare i sintomi di nickel e reflusso gastroesofageo.

2) Aloe Vera

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Il gel d’aloe veranon il succo – può rappresentare un rimedio naturale adatto per nickel e reflusso gastroesofageo. L’aloe ha il potere di rigenerare le mucose, ma bisogna stare molto attenti alle controindicazioni e soprattutto alle marche idonee per gli allergici al nickel. Consiglio l’aloe vera pura, senza eccipienti. Ci sono molte marche che la producono.

3) Acqua e limone

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Rebekah Fedrowitz, esperta di nutrizione olistica, suggerisce di bere una tazza di acqua tiepida e succo di limone appena spremuto per iniziare al meglio la giornata. Bere acqua e limone a stomaco vuoto, 15 o 20 minuti prima della colazione, aiuta il corpo a bilanciare il proprio livello di acidità. Facilita la digestione e non ha particolari controindicazioni.

Nickel e reflusso gastreoesofageo sono collegati tra loro sotto diversi aspetti, come documentato da parecchie fonti e molteplici studi. Bisogna innanzitutto partire da una dieta sana ed equilibrata a basso contenuto di nickel e in seconda battuta modificare alcune abitudini.

Non sempre i farmaci che si prescrivono per il reflusso, cioè quelli inibitori della pompa protonica o protettori gastrici, sono adeguati a ciascun caso. Prima di assumere medicinali chimici, è bene provare con rimedi semplici e naturali per aumentare il nostro benessere.